Mi è capitato di ascoltare in televisione l’intervento di un parlamentare autonomista siciliano. L’accento nativo era così spiccato da sembrare forsennato: come se le rivendicazioni localistiche del suo discorso trovassero coronamento nello strazio arrecato alla lingua "centralista", l’italiano. Uguale impressione ricavo in genere dagli oratori leghisti (uno sopra tutti, l’ex ministro Castelli). La cadenza indigena non prova neanche a conformarsi al suono che la lingua nazionale dovrebbe produrre. Ne fa serenamente a meno, e procede spedita lungo gli antichi percorsi dei nostri avi contadini.
Non è una novità la riconoscibile provenienza regionale di governanti e parlamentari. Ma chi la immaginava come un retaggio inoffensivo, destinato a scemare con il miglioramento complessivo del livello di istruzione e di cultura del Paese, evidentemente sbagliava. In televisione come in politica c’è una recrudescenza delle cadenze locali che allude allo sfascio dello spirito unitario del Paese. Il macchiettismo regionale ha già massacrato il nostro cinema, non si vede perché debba risparmiare la politica. Ci dev’essere una vera e propria concertazione dei passi indietro.

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