Riemerge la questione nazionale. La denunzia dell'assenza di iniziative degne per i 150 anni dall'unificazione l'ha riproposta all'attenzione dell'opinione pubblica. Nessuno può negarne l'esistenza e la gravità. Le lacerazioni inferte al tessuto unitario sono troppe. Non si rimarginano, si estendono. L'istituzione delle ronde si pone come contestazione implicita ma univoca del monopolio statale della forza coattiva, considerato da sempre come condizione necessaria per la pacifica convivenza in un'aggregazione umana a forma stato. Il federalismo fiscale è diventato legge.
I suoi decreti di attuazione proclameranno la vittoria definitiva della rivolta fiscale delle regioni agiate, e delle famiglie agiate nelle regioni agiate, sull'intera comunità nazionale. I confini che si ergono nei confronti degli immigrati clandestini ne prefigurano altri. Già vogliono opporli ai vincitori meridionali nei concorsi per presidi degli istituti di istruzione delle regioni ricche, li opporranno poi ai diplomati, ai laureati, agli specializzati meridionali che vorranno emigrare al Nord. La parificazione dei dialetti alla lingua italiana è il passo iniziale per declassarla. Mira a spezzare il vincolo di solidarietà comunicativa della nazione, quello primigenio. Così come le gabbie salariali mirano a discriminare i lavoratori del sud. Addirittura, la sostituzione del tricolore con improbabili drappi municipali mira alla secessione. Mentre le leggi sulla sicurezza rompono i vincoli di solidarietà umana. Il leghismo è la versione padana del razzismo. Sia chiaro. Ogni attenuazione, ogni incrinatura, ogni elusione, ogni rottura della solidarietà si riversa sull'eguaglianza, la dissolve. Ma la solidarietà infranta, l'eguaglianza ripudiata chiamano in causa la sinistra. È la sua ragion d'essere, sono i suoi ideali, i suoi obiettivi politici, economici e sociali, che vengono combattuti, frantumati, distrutti. Con essi è il grado di civilizzazione del nostro Paese che regredisce, è il suo onore che si estingue. A chiamare in causa la sinistra è dunque l'Italia. E le chiede di ricostruire la sua unità. Di cogliere come occasione storica l'intollerabilità del degrado incessante che da venti anni ormai coinvolge etica pubblica, istituzioni, economia, cultura, stili di vita, coesione sociale. Per rovesciare la «conquista regia» nel suo opposto, quello di una conquista di civiltà unitaria, solidale, egualitaria. Sì, egualitaria, quella sola che può assicurare il libero e pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva ed efficace partecipazione di tutti alla politica, allo sviluppo economico e sociale, sostenibile e solidale. Cito a bella posta la Costituzione repubblicana. La cito perché va riaffermata, per quanto volle prescrivere in termini di libertà ed eguaglianza, in termini di democrazia partecipata e garantita nel suo farsi, nel suo andamento quotidiano. Quella pratica concreta, da troppi anni elusa, deviata, contraddetta, contestata, ridotta a larva con la monocrazia elettiva del «maggioritario»... della minoranza. Pratica, ideali e obbiettivi confermati, invece, ribaditi e riconsacrati, tre anni fa dalla splendida vittoria che le elettrici e gli elettori di questo Paese conseguirono sulla nefanda legge berlusconiana di rovesciamento della nostra Costituzione. La cito perché richiama la stagione più alta della nostra storia. Quella della Guerra di liberazione e della Costituente. La cito perché dimostra che quando questo Paese è chiamato a compiti ambiziosi, a raggiungere mete alte, sa rispondere e risponde bene. La sinistra - assumendo la responsabilità di ricostruire l'unità nazionale sulla democrazia, per la democrazia della solidarietà e dell'eguaglianza come base, condizione, obiettivo, di una libertà collettiva credibile, sottraendo solidarietà, eguaglianza e libertà al dominio del capitale, globale e non - potrà ricostruire seriamente se stessa. Se saprà liberarsi dal neoliberismo economico, dalla politologia d'accatto, dalla chiacchiera nuovista. Oggi per l'Italia, contribuendo a costruirla domani in Europa.
Gianni Ferrara

Gianni Ferrara

Giovanni Cesare Ferrara (1929) ha insegnato Diritto pubblico generale, Diritto costituzionale comparato e Diritto costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma. Eletto deputato nel 1983 e nel 1987, ha fatto parte della commissione Affari costituzionali in ambedue le legislature. Nel 1992 rinuncia alla ricandidatura per riprendere l’attività di ricerca e di insegnamento. Collaboratore delle più importanti riviste di diritto e autore di numerosi saggi, ha fondato e dirige la rivista on line ‟Costituzionalismo”. È tra i firmatari del referendum sulla Costituzione. Con Feltrinelli ha pubblicato La Costituzione (2006).

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