Il nomignolo di ‟Svastichella”, a leggerlo e a sentirlo, lascia interdetti. È il nome di un nazista ma anche il nome di un buffone. Ha una radice tragica e orribile, che evoca lo sterminio, ma una confezione quasi allegra, da maschera popolare, Svastichella come Sganapino o Brighella. Rivela l’osceno cinismo con il quale una plebe trucida e stupida maneggia un Male del quale nemmeno indovina i connotati: è già da lunghi anni che nelle curve dell’Olimpico la svastica è una svastichella, un gadget gaglioffo, un tatuaggio, uno sghignazzo, è già da molti anni che il razzismo e l’omofobia sono materia da marciapiede, pestaggi, cori sbraitati dal branco, coltellate a chi capita, ma in fondo solo ‟pe’ divertisse”, per tirare la giornata. Questa capacità, tutta italiana, di rendere cialtrona anche la tragedia è perfettamente espressa dallo Svastichella quando si scopre che è ‟seminfermo di mente” , a lui l’ha rovinato la psiche, come in un film di Sordi, e dunque ha sempre evitato la galera. Quanto fascio e quanto cialtrone non è dato sapere. Diciamo solo che entrambi gli ingredienti dell’impasto, molto nostrano, lo rendono disgustoso in pari misura.

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