Lo abbiamo ripetuto fino alla nausea: in Afghanistan siamo in guerra ma, purtroppo, occorrono i morti per dimostrarlo. Anzi, per il nostro governo non bastano nemmeno le ennesime vittime tra i parà della Folgore, per non parlare di quelle afghane che tanto non si contano. Resteremo, ripete La Russa, mentre si diffonde sempre più il dubbio sul senso dell'intervento in Afghanistan. Non solo tra i pacifisti, esclusi quelli di casa nostra che sembrano aver deposto tutte le bandiere, ma anche tra i governi dei paesi alleati, compreso Obama, che sembrava il più deciso a rafforzare il contingente afghano.
È sempre più evidente che la guerra in Afghanistan non si vince, ce lo dicono secoli di storia. Ed è inutile inventarsi scorciatoie per salvare l'immagine della Nato, alla sua prima uscita al di fuori dei confini istituzionali.
«Non dimenticheremo mai il vostro aiuto». In questo momento, la dichiarazione del presidente afghano Hamid Karzai dopo l'attentato più devastante subìto dal contingente italiano a Kabul - sei morti tra i militari e 15 tra i civili, oltre a una sessantina di feriti - non è certo rassicurante. Forse non è l'unico a non dimenticare il ruolo dell'Italia e della Nato e sulla bocca di altri la promessa potrebbe diventare una minaccia.
Rieletto con elezioni-farsa, che la Nato ha sostenuto, Karzai è sempre più ostaggio dei signori della guerra e della droga, il peggio della società afghana. Mentre la società civile e le forze democratiche, che avrebbero potuto essere un interlocutore per fare uscire l'Afghanistan dalle distruzioni di un conflitto trentennale, sono state abbandonate e stritolate dalle logiche di guerra. E allora che fare? Occorre ricominciare dalla politica, ritirando immediatamente le truppe.
Questa è la rottura necessaria. Questo non vuol dire abbandonare l'Afghanistan e gli afghani. Lo scenario afghano assomiglia sempre di più a quello somalo, come ricordano molti analisti americani. Dalla Somalia le truppe straniere sono fuggite non potendo più sopportare le perdite, impotenti di fronte all'ostilità della popolazione, oltre che dei signori della guerra. La fuga è servita a salvare i «nostri» militari (c'erano anche gli italiani) dell'operazione Restore hope (ridare speranza), ma ha lasciato i somali senza nessuna speranza. E oggi, quando i somali tentano di sbarcare sulle nostre coste in cerca di asilo vengono rispediti indietro.
Non è facile sostituire la politica alle armi quando anche la cooperazione è stata militarizzata. Per non parlare dell'informazione. Ma è proprio questa rottura che può dare un senso più profondo alla nostra lotta per la difesa della democrazia e la libertà di informazione e può legarla a quella per un processo democratico in Afghanistan. E, paradosso della globalizzazione, l'Italia, afflitta quasi ogni giorno da lentezze e contrasti tra governo e magistratura, si assume l'arduo compito di ricostruire il sistema giudiziario in Afghanistan.
E mentre questo processo è in corso, a Kabul si costruiscono le nuove Guantanamo e Karzai vara un codice di famiglia che non ha nulla da invidiare ai diktat dei taleban.
Il tutto, mentre sulle teste degli afghani continuano a piovere bombe della Nato. E perché gli afghani dovrebbero preferire le bombe degli eserciti occidentali, schierati a difesa di un potere corrotto fatto di trafficanti di droga e di armi, piuttosto che un gruppo giustizialista che taglia le mani a chi ruba? Certo la scelta è tremenda, ma è questa l'opzione cui si trovano di fronte gli afghani. Una scelta che a noi fa orrore e dovrebbe farlo anche al nostro governo che continua imperterrito a inviare truppe sul fronte afghano.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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