I personaggi non sono gradevoli. Lei, Marina, rifiuta intimamente la maternità, rischia addirittura di lasciar morire il figlio o almeno di nuocergli gravemente durante una vacanza in montagna. Il bambino è molto piccolo, non facile. Ma si capisce subito che è lei a riversare su di lui tutta la sua insicurezza, a pensare addirittura di abbandonarlo. Lui, Manfred Sane, è un montanaro taciturno e assai poco espansivo. Suo padre, che gestiva un rifugio, è stato abbandonato dalla moglie per un cliente americano e ha tirato su da solo i tre figli. C’è qualcosa che non va troppo bene nella stirpe dei Sane: anche Manfred viene lasciato dalla moglie Luna, che però i due figli se li porta via con sé. Questo è, per così dire, il quadro generale, necessario per comprendere il diverso agire dei personaggi e l’intrecciarsi dei loro destini, se così si può dire. Non ci sarà infatti una relazione nel senso classico del termine. Tra i due, Cristina Comencini, mette in scena una sorta di partita di scacchi o se si vuole di ballo algebrico. Sono le sottrazioni a contare sommandosi e alla fine a fruttare. Marina, la meno forte, almeno in apparenza farà a un certo punto la mossa decisiva, ma siccome la loro non è affatto una scaramuccia estiva ma un evento che sembra scritto nel Dna di ciascuno, ci vorrà tempo perché si compia. Non è un caso che tutto il romanzo sia un susseguirsi di monologhi dei due, Marina e Manfred. I dialoghi sono minimi, supposti addirittura o appena accennati. La tensione si stempera quando entrano in scena altri personaggi, altri membri, per esempio della famiglia Sane. Una istituzione si direbbe votata alla misoginia. Ma chi è veramente Marina e perché si ostina, quindici anni dopo il primo incontro, a tornare in quei luoghi e a cercare Manfred? Sembra non aver quasi vissuto in tutto quel tempo e Marco, il figlio ancora le sfugge come un essere alieno. Dirà a se stessa che Manfred è l’unico uomo a non avere paura di lei. È tornata per averlo. Perché ci fosse tra loro l’unione della carne. Ma anche Manfred, oscuramente, lo sa. I due non devono, come si dice, costruirsi una vita, programmare un futuro o cose del genere. Devono solo unirsi, come se fossero dopotutto, l’unica coppia esistente al mondo. Non credo sia un caso che l’autrice abbia posto in esergo una citazione dalla Genesi, quella sull’incontro tra Adamo ed Eva. Cristina Comencini ha dunque intrapreso con questo libro un delicato studio di antropologia, quasi a mostrare le ferite più antiche e i desideri insopprimibili dell’essere uomo e dell’essere donna. Cioè proprio quelle cose che l’evoluzione sociale rende meno confessabili. Un romanzo sull’angoscia di essere qui, pieno di sesso che non ha domani.
Cristina Comencini

Cristina Comencini

Cristina Comencini (Roma, 1956), scrittrice e regista, con Feltrinelli ha pubblicato: Le pagine strappate (1991, 2006), Passione di famiglia (1994), Il cappotto del turco (1997), Matrioška (2002), La bestia nel cuore (2004), Due partite (2006, 2015), L’illusione del bene (2007), Quando la notte (2009; anche in audiolibro nel 2011), Lucy (2013), Voi non la conoscete (2014) e, per la collana digitale Zoom, La nave più bella (2012). I suoi film: Zoo (1988), I divertimenti della vita privata (1990), La fine è nota (1992), Va’ dove ti porta il cuore (1996), Matrimoni (1998), Liberate i pesci (2000), Il più bel giorno della mia vita (2002), La bestia nel cuore (2005, nominato all’Oscar per l’Italia; dvd Feltrinelli ‟Le Nuvole”, 2006), Bianco e nero (2008) e Quando la notte (2011).

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