Visite guidate nello stabilimento della Union Carbide di Bhopal in India? Idea grottesca, eppure è proprio quanto si propongono di fare le autorità di Bhopal, capitale del Madhya Pradesh, stato dell'India centrale: aprire a visite guidate lo stabilimento chimico che la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 rilasciò 40 tonnellate di sostanze tossiche ad alta pressione - isocianato di metile e altro, ma questo si seppe solo più tardi. Quella notte la fuga tossica investì gli slum circostanti, uccidendo 6.000 persone; molte altre sono morte nei mesi e anni successivi per effetto della contaminazione: il bilancio complessivo aveva superato le 15mila vittime nel 2007, secondo statistiche del governo indiano - secondo gli attivisti sociali, organizzazioni di sopravvissuti e associazioni di medici che lavorano con loro, la cifra reale è 20mila. Insomma: quello di Bhopal è stato il disastro più grave mai avvenuto in un'industria chimica ovunque al mondo.
È anche un disastro ‟persistente”, nel senso che i suoi effetti non sono esauriti. Lo stabilimento, una fabbrica di fertilizzanti della multinazionale statunitense Union Carbide, non ha mai riaperto i battenti, e a ragion veduta: era già un vecchio catorcio quando ancora funzionava (le indagini sull'incidente hanno ampiamente stabilito che l'impianto era obsoleto, le apparecchiature di controllo disattivate per evitare i troppo frequenti allarmi: erano disinserite anche quella notte, quando una cisterna si surriscaldò fino a esplodere). Inoltre, nello stabilimento ormai diroccato restano abbandonate migliaia di tonnellate di sostanze tossiche, buttate senza particolari protezioni tra le carcasse arrugginite e i capannoni semidiroccati: una vera e propria bonifica non è mai avvenuta, e la responsabilità viene da anni rimpallata tra le autorità locali e Dow Chemical (che nel 1999 ha acquistato Union Carbide). Con il vento le polveri si disperdono, con le piogge le sostanze tossiche percolano nei terreni e vanno a contaminare le falde idriche da cui attinge un'intera popolazione - la fabbrica abbandonata resta in una zona molto abitata di Bhopal.
Dunque il vecchio stabilimento continua a essere una fonte di inquinamento, e le denunce si susseguono da anni. Nel maggio del 2005 la Corte suprema indiana aveva ordinato allo stato di Madhya Pradesh di provvedere ‟speditamente” a fornire acqua potabile agli abitanti della zona circostante la fabbrica - dopo che analisi e controanalisi hanno mostrato come quelle sostanze tossiche percolano nelle falde idriche. Ma ancora qualche tempo fa un gruppo di attivisti ha denunciato che 14 nuclei abitati sono costretti a bere acqua contaminata.
Ora dunque a Bhopal il ministro di stato per la riabilitazione delle vittime, Babulal Gaur, vuole aprire al pubblico quel che resta dello stabilimento, nel mese di dicembre, per segnare i 25 anni dal disastro. Dice, leggiamo in resoconti stampa, che aprire l'impianto ‟aiuterà il pubblico a superare le apprensioni e i fraintendimenti e dissipare l'idea che i rifiuti chimici nella fabbrica siano ancora dannosi o che inquinino l'acqua nelle località vicine”. Si può ben immaginare che queste dichiarazioni hanno fatto insorgere molti attivisti sociali e ambientali, e non solo. Paradossale idea, quella di aprire un sito tossico al pubblico. Istruttiva però: così tutti vedranno quei liquami maleodoranti, i bidoni arrugginiti e aperti, i sacchi di sostanze tossiche che disperdono polveri - e le capre che brucano tranquille tra le macerie, e le case a pochi metri da quell'inferno.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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