Cristina Comencini è una donna coraggiosa. E anche una profonda esploratrice delle rimozioni personali e collettive. Dopo avere commosso le platee internazionali con La bestia nel cuore, tratto da un suo intenso romanzo, torna alla scrittura con una storia per nulla furba o ammiccante al gusto del pubblico e che certamente irriterà il popolo della sinistra. Gli ex comunisti, chi si commuove ancora davanti a falce e martello, i maîtres à penser che credono di possedere verità rivelate. Il fatto che Stalin si sia macchiato del sangue di venti milioni di morti è un cavallo di battaglia del cavaliere Berlusconi, ma per certa sinistra radicale un dibattito onesto, ‟in casa”, non si è aperto. Per fortuna alla letteratura è consentito dare un contributo alle grandi discussioni, non per il gusto del revisionismo, ma per amore della verità.
L’illusione del bene è quella di Mario, uomo malinconico e deluso. Ha creduto con passione nel comunismo e il crollo del muro di Berlino gli ha tolto ogni illusione. Si trova senza appigli, a chiedersi se il comunismo sia stato un abbaglio collettivo. Gli amici, compagni di lotta non vogliono parlare. Argomento troppo noioso, nessuno vuole ricordare, ragionare, ammettere le infamie compiute dai regimi comunisti. Per caso Mario incontra Sonja, una ragazza russa, con una
storia drammatica alle spalle nell’Urss di Stalin. La madre, Irina, è ‟morta giovane”. Di più Sonja e la nonna non vogliono dire. Un silenzio pesante. Mario allora decide di ricostruire i tasselli mancanti dì una storia che sente appartenergli. Partirà per la Russia e scoprirà una verità sconvolgente.
‟Una delle tante”, commenta Cristina Comencini, che incontriamo sul set del suo nuovo film Bianco e Nero. ‟Sono consapevole di avere scritto un romanzo scomodo ma, da persona di sinistra, sentivo una necessità umana. Se nel mio nome sono stati commessi degli obbrobri devo denunciarli. La letteratura, diceva Kafka, deve essere un colpo in testa, non accomodante. Il comunismo è stato la morte delle idee, e sento la sua caduta come una perdita e una liberazione. Per me il crollo del muro di Berlino è stato uno shock terribile. Da allora ho viaggiato nei Paesi dell’Est, ho cercato storie, per capire. Volevo parlarne, ma, come Mario, trovavo resistenza ovunque. Da ragazza militavo in Lotta continua, mi piaceva l’impegno, il senso di solidarietà, ci sentivamo toccati dalla grazia e a posto con la coscienza. Poi ho capito quanto fosse tutto astratto. Mi sento molto più combattiva ora di quando mi nutrivo di fandonie”.
Una scelta coraggiosa, non solo della scrittrice ma anche dell’editore Feltrinelli, che non teme l’accusa di fare il gioco della destra. ‟Il figlio quindicenne di Mario, cui il padre impedisce di mettere il poster di Che Guevara in camera, gli chiede se l’alternativa allora non sia diventare
di destra. No, ma si può essere anticomunisti senza temere di essere messo alla berlina. I giovani devono trovare altri miti, inventarsi nuove illusioni, non possono seguire le tracce dei loro genitori. Ho dato a mio figlio Luigi il libro da leggere. Ha quindici anni, lo ha adorato. È stato come passargli il testimone. Lui alle pareti non ha poster, neanche Che Guevara, perché è il simbolo di un’idea romantica che ha fallito”.

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