Un gioco di rimandi, di rispecchiamenti, lega questo nuovo romanzo del Nobel ungherese Imre Kertész, intitolato Fiasco e che esce venerdì in italiano edito da Feltrinelli, con il suo più celebre e precedente ''Essere senza destino'': ambedue si svolgono in un luogo simile, un universo concentrazionario senza libertà, e hanno chiaramente nell'autore lo stesso protagonista.
Il libro che questi finirà per scrivere in Fiasco, dove suoi brani sono citati tra virgolette, non sarà chiaramente altro, ancora una volta, che le memorie della sua prigionia, dopo aver narrato quella vissuta da bambino ad Auschwitz col titolo appunto di Essere senza destino.
Un titolo che potrebbe andar bene anche per esprimere la situazione del secondo libro e dello scrittore che lavora a un nuovo libro e colleziona un fiasco dietro l'altro, ma soprattutto perché questi è chiuso nei claustrofobici limiti del proprio appartamento-carcere. Riuscirà a andare a avanti quando gli verrà l'idea di Fiasco, di un uomo prigioniero in una città dove vige un duro, assurdo regime poliziesco burocratico, che crea un clima non dissimile, specie nell'arbitrarietà degli accadimenti, da quello vissuto in un campo di concentramento. E il libro sarà il libro della sua liberazione. Una liberazione dalla memoria, dall'incapacità di lavorare e soprattutto una liberazione interiore, attraverso la presa di coscienza del coraggio di vivere e affrontare gli avvenimenti, anche i più spaventosi e assoluti: "Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza", si leggeva nell'ultima pagina di Essere senza destino.
Tutto questo si lega poi alla vita di Kertész e alla vicende del suo paese, l'Ungheria, dove visse nel dopoguerra il terrore stalinista di Rakosi, che ha definto più volte periodo di totale assenza di razionalità. Sono del resto uomini che conservano ancora un ricordo dei propri sogni di libertà, di aspirazione a giustizia e amore, pur nel terrore quotidiano di sparire da un momento all'altro, quelli che il protagonista di Fiasco incontra nella città in cui si trova a vivere dopo un lungo viaggio, dove gli affibbiano un'identità provvisoria, dove si sente perennemente controllato, viene licenziato senza un vero motivo dal proprio lavoro di giornalista per ritrovarsi in una fabbrica e poi all'ufficio stampa di un ministero. Il fiasco è allora sia personale, sia collettivo: è proprio comunque dell' essere e della vita dell'uomo, è insito nella difficoltà del suo rapporto con la realtà.
Pur nella loro meticolosità non riescono infatti a catturarla le descrizioni di oggetti e particolari che lo scrittore fa dell'appartamento in cui è chiuso. Allo stesso modo che la vita viva, la passione e la speranza non sono più se stesse nel momento che arrivano a vivere solo più nelle pagine di un libro, anche se non potrebbero fare altrimenti. Una sorta di fatica di Sisifo, cui col tempo si fa fronte con naturalezza mentre il macigno da portare avanti si consuma divenendo un sassetto da scalciare nella polvere, come confessa lo stesso scrittore nell'ultimo capitolo.
Ma la forza di Kertész è che riesce a raccontare tutta questa complessità di rimandi e rispecchiamenti in modo moderno e avvincente. La sua scrittura è quella di ripetizioni e notazioni, tutta giocata su ripetitività e sviluppo di motivi, con ricco uso di parentesi, secondo un modulo musicale all'inizio (col racconto delle difficoltà dello scrittore vecchio, che però proprio vecchio non è), e che poi si apre nel vero e proprio romanzo, nelle avventure assurde e negli incontri imprevedibili e con strani, disadattati e affascinanti personaggi del suo protagonista nella misteriosa città ove ogni ragione pare essere assente e dove può capitare di passare una notte su una panchina con un pianista per sfuggire a una retata.
Eppure quando gli offriranno la possibilità di scappare verso la libertà, risponderà di non potere, di aver da scriver un libro e di conoscer solo una lingua, quella appunto di quel luogo.

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