Essere liberi non significa solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetta e valorizza la libertà degli altri. Nelson Mandela

Il 2 dicembre è la Giornata mondiale per l'abolizione della schiavitù. Mai come oggi ricordare significa anche agire! Perché anche se “schiavitù” potrebbe quasi sembrare un concetto appartenente al passato, in realtà è solo cambiato con gli anni, ma è ben presente.

La schiavitù moderna
In tutto il mondo ci sono più di 21 milioni di schiavi: uomini, donne e bambini sfruttati ogni giorno. Anche in Italia. Il problema esiste e lo abbiamo proprio sotto gli occhi, come ci spiega Aboubakar Soumahoro nel suo libro Umanità in rivolta

Arrivato in Italia dalla Costa d’Avorio più di vent’anni fa,Soumahoro ha conosciuto da vicino le insidie di un tessuto civile sempre più logoro e incapace di garantire i diritti minimi di ogni essere umano. Il suo è un avvertimento: forse dietro “i mestieri che gli italiani non vogliono più fare” si nasconde il degrado delle condizioni generali di lavoro, che chi arriva in Italia sprovvisto di tutele e di diritti è costretto ad accettare per sopravvivere.

Una nuova solidarietà deve nascere, così ha scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di schiavitù. AboubakarSoumahoro sa cosa significa essere privati di un diritto e per questo sa anche cosa significa lottare per conquistarlo. “Possiamo essere poveri, sfruttati e precari, ma non importa: usciremo dall’angolo.”

Vecchie e nuove schiavitù, tratto da Umanità in rivolta

Da sempre, i braccianti muoiono nei campi come nei ghetti, uccisi dalla fatica, dai ritmi di lavoro massacranti, dalla stanchezza, da trattori rovesciati o da incidenti lungo la strada. Un destino che accomuna tutti i braccianti, a prescindere dalla loro provenienza geografica. Questa condizione di sfruttamento ha radici antiche, eppure si continua a parlare di “nuove schiavitù” come se si avesse a che fare con un’emergenza imprevista. Quando la narrazione di questa complessità è ridotta a un problema “penale” e attribuita solo al rapporto tra caporale e lavoratore, siamo in presenza di un errore di fondo. In questo sistema economico, la contraddizione tra profitti in crescita e salari miseri viene negata a ogni livello. Al riguardo, trovo “insolito” che, mentre la filiera agricola è in espansione e registra un fatturato miliardario, i lavoratori e le loro famiglie continuino a vivere appena sopra la soglia di povertà, spesso senza riuscire a far fronte ai propri bisogni vitali.

Sin dal 1948 il tema della riforma agraria è stato al centro della discussione politica del paese. Le dure e aspre lotte dei braccianti hanno avuto un ruolo essenziale nella costruzione e nello sviluppo dell’immaginario politico del paese.

Pasolini ha riconosciuto il ruolo di quelle lotte nella definizione della sua consapevolezza politica, che ha descritto con queste parole: “Nell’immediato dopoguerra i braccianti erano impegnati in una massiccia lotta contro i grandi proprietari terrieri del Friuli [...] e per la prima volta mi trovai di fronte alla lotta di classe. Non ebbi esitazioni e mi schierai subito con i braccianti. I braccianti portavano sciarpe rosse al collo, e da quel momento abbracciai il comunismo, così, emotivamente. Poi lessi Marx e alcuni dei pensatori marxisti”.

Giuseppe Di Vittorio fece della questione agraria uno dei temi fondamentali della sua azione sindacale. Gli scioperi bracciantili animarono le prime lotte dopo la fine del fascismo. Queste lotte, durate decine di anni, hanno rappresentato un vero esercizio del conflitto, segnando parziali vittorie dei lavoratori e qualche timido segnale di riforma. Soprattutto perché a

lungo la politica e il sindacato non si sono limitati a denunciare singole situazioni di sfruttamento, ma hanno provato ad avere una visione d’insieme della questione e a individuare soluzioni strutturali. Queste lotte dunque hanno fatto emergere questioni generali non eludibili.

Oggi invece la politica sembra quasi commissariata dal potere finanziario-economico transnazionale e il caporalato elide ogni altra analisi, costringendoci a fare i conti solo con una parte del problema, senza vedere le dinamiche economiche e socio-culturali che sono alla base dello sfruttamento.

La figura del caporale africano che sottomette gli altri braccianti è spesso descritta riproponendo i peggiori stereotipi. L’esempio della provincia di Foggia è significativo: si registra la presenza di più di 50.000 braccianti a cui, in alta stagione, vanno aggiunti altri 5000 lavoratori definiti “migranti”. Dobbiamo avere il coraggio di cogliere l’elemento che accomuna gli uni e gli altri, ovvero il lavoro sottopagato nei campi rispetto al quale la provenienza geografica è evidentemente inessenziale.

Se vogliamo comprendere qual è il nostro obiettivo dobbiamo individuare con precisione il nostro ve- ro avversario. Per esempio, è strano che nessuno si interroghi sugli enti che certificano la qualità etica delle imprese della filiera e che ogni giorno stabilisco- no che non vi sono casi o episodi di sfruttamento (esistono ben 440 modelli di certificazione per assicurar- ci che nessuno sia sfruttato nella produzione di frutta e verdura). Il controllato, che è in realtà il committente, paga il controllore per certificare il processo di produzione.

La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

L’attuale modello economico ha portato a una crisi sistemica che alimenta le disuguaglianze tra una minoranza di ricchi e il resto della popolazione proiettato in una condizione di costante impoverimento. All’interno di questo modello economico esistono vari dispositivi che puntano a trasformare gli esseri umani in schiavi, a sottometterli oppure a farne dei nemici. Questi dispositivi negano a milioni di persone il diritto di esistere, di essere protagonisti delle loro vite e di godere dei propri diritti. La disumanizzazione è funzionale a un’egemonia economica, politica, ideologica e culturale. Perciò, se vogliamo comprendere il punto di approdo di questo processo, dobbiamo avere la capacità di analizzare tutte le forze in campo e scomporre i complessi espedienti di cui si avvale il potere politico per trasformare individui liberi in soggetti invisibili, ricattati e sfruttati.

Lo sfruttamento è una forma di sopraffazione che si determina quando qualcuno si appropria del valore del lavoro altrui. Rispetto a solo vent’anni fa, questa forma di sopraffazione si manifesta con caratteristi- che e aspetti inusuali. Lo squilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, accompagnato dall’indebolimento delle forze politiche e sindacali, ha visto nascere forme legalizzate di precarietà, che hanno rotto ogni legame di solidarietà trasformando donne e uomini in un esercito di braccianti a cottimo.

Questo paradigma, oltre all’impoverimento del ceto medio, ha spinto i giganti economici a massimizzare i profitti attraverso vari meccanismi tra cui la delocalizzazione e il dumping sociale. In questo contesto, i lavoratori vengono sempre di più isolati, indeboliti e atomizzati.

La finanziarizzazione di questi profitti globali, attraverso meccanismi sempre più sofisticati e illusori dei mercati, e la disgregazione dei lavoratori hanno reso ancora più profondo lo squilibrio sociale. Così il processo ha portato con sé una crescente proliferazione delle disuguaglianze, in cui gli ultimi vengono marginalizzati e scartati. Questo sistema economico ha fatto un altro salto di qualità quando ha deciso di rendere invisibili questi “scarti della società”, spingendoli ai margini e alle periferie delle metropoli.

Aboubakar Soumahoro, laureato in sociologia, attivista e militante sindacale, è tra i fondatori della Coalizione Internazionale Sans-Papiers e Migranti. Negli ultimi dieci anni ha dedicato il suo impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori precari e dei braccianti.

Torna alle altre news >>