“È la solida condivisione di responsabilità e il sicuro conforto dell’amore che istituisce, genera e nutre una famiglia”.

Mattia Zecca, scrittore, giovane avvocato e padre di Lorenzo e Martino, ha scritto un libro sull’essere genitori oggi, in un Paese che non riconosce le famiglie come la sua. Lo ha fatto con una scrittura delicata e profonda, raccontando una storia personale ma anche collettiva, che ci riguarda come figli prima ancora che come genitori. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto di parlarci del suo libro:

Ciao Mattia, il tuo libro non è un saggio, ma neanche un romanzo. Volutamente, il libro si sviluppa attraverso tempi e luoghi sovrapposti, con personaggi che si alternano, a volte mescolandosi. È un modo molto femminile di raccontare le emozioni. Ti va di metterle in ordine, qui, per noi?

Il mio libro racconta una storia d’amore, che è la mia vera storia di padre e, prima ancora, di figlio: non è certamente un saggio, mentre ha del romanzo i toni e il respiro narrativo, offrendo al contempo al lettore testimonianza diretta della mia personale esperienza. Il racconto muove secondo piani di luoghi e di tempi che non seguono una linea cronologica, ma si alternano secondo intermittenze emotive. È così, quindi, che momenti della mia infanzia e adolescenza si accostano a momenti della mia vita adulta, fondendo tra loro le relazioni familiari che caratterizzano ciascuno di quei piani: i miei genitori, mia sorella, il mio compagno e, soprattutto, i miei figli sono al centro di questa narrazione emotiva, che definire “femminile” è per me un complimento prezioso. Credo, infatti, che l’affondo nei sentimenti che il mio libro propone sia stato, in passato, tipico forse più di autrici che di autori, sebbene con alcune significative eccezioni. Più di recente, per fortuna, anche molti uomini – vincendo ogni condizionamento maschilista – si mostrano desiderosi e capaci di un’immersione nei toni e nei temi sentimentali, ricordandoci ancora una volta come non sia il genere, ma la qualità della scrittura, a determinare il livello emozionale di un libro. Proprio come accade con la genitorialità, dove è ormai acclarato che non sia il genere, ma la qualità dell’accudimento, a identificare un buon genitore.

Quelle che troviamo descritte nella tua storia sono famiglie all’apparenza diverse tra loro, che sembrano discostarsi da un unico modello tradizionale. Eppure, leggendo il libro, si ha l’impressione che vi siano assonanze molto più forti di quanto si possa pensare. Come lo spieghi?

Attraverso il mio libro, racconto la straordinaria quotidianità della mia famiglia, una famiglia normale (qualunque cosa voglia dire), con due figli molto dolci e vivaci e due genitori molto determinati e consapevoli. Nasco in una famiglia cosiddetta tradizionale, all’interno della quale ho conosciuto anche la separazione conflittuale tra i miei genitori, il dolore che accompagna la scoperta di non essere visti per le persone che siamo, le sottili interferenze emotive che hanno caratterizzato i miei anni bambini. Eppure, nell’accostamento tra i diversi momenti in cui si snoda il libro, convintamente escludo ogni didascalica equazione che vorrebbe oggi ricercare disfunzionalità proprio nel modello di famiglia più consueto. Ogni famiglia è unica e (fortunatamente) imperfetta, perché unica e imperfetta è sempre ogni persona che la compone. Ciò che rende una famiglia tale non è il modello cui si conforma, né lo stereotipo che prova a sovvertire, ma la sostanza del sentimento che la fonda. Non è la struttura a individuare una famiglia, insomma: due mamme, due papà, una mamma e un papà, un solo genitore, una coppia senza figli, cambia poco, forse nulla. È la solida condivisione di responsabilità e il sicuro conforto dell’amore che istituisce, genera e nutre una famiglia.

Nel libro leggiamo una bellissima storia d’amore tra te e Nicola, il tuo compagno di sempre. Con lui condividete le funzioni genitoriali forse meglio di tante famiglie eterosessuali. Come è possibile?

Al centro del mio libro – perché già prima al centro di tutto il bello e il buono che mi riguarda – c’è la storia d’amore tra me e Nicola, che oggi è la storia di due genitori come tanti, né migliori né peggiori di altri. Questi genitori, però, proprio perché lontani dal modello patriarcale più consueto che vorrebbe la mamma votata all’accudimento primario dei figli e il papà maggiormente dedito al lavoro, hanno forse potuto assecondare meglio le personali attitudini, indipendentemente da ogni ruolo culturalmente imposto: ciò ha fatto sì che la divisione di impegni e compiti fosse più libera e funzionale, quindi maggiormente utile alla cura e al benessere dei figli. Per fortuna, anche molte coppie eteroaffettive, oggi, abbracciano con maggiore serenità il ruolo di genitore a prescindere da quale sia il genere di appartenenza: sono molte le famiglie dove le madri portano il contributo lavorativo più importante, mentre i padri si dedicano in via prioritaria all’accudimento dei figli. I “mammi”, si ostina a definirli qualcuno. Dimenticando, però, che i padri sono genitori proprio come le madri: quando si prendono cura dei figli, non stanno scimmiottando figure femminili. Stanno facendo semplicemente il proprio dovere di genitore.

“Non è segnato su nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai”. Una famiglia, che pure esiste, ma che non viene intercettata dai radar delle istituzioni è una famiglia che scompare? E quando, secondo te, il nostro Paese sarà pronto ad accendere questi radar?

A Roma c’è un lago che è emerso una trentina di anni fa, quando i lavori per la costruzione di un parcheggio sotterraneo hanno intercettato una falda acquifera che, in breve tempo, ha riempito quello spazio urbano con la sua acqua dolce. Oggi, quel placido specchio d’acqua è circondato da un parco pieno di verde, è frequentato dalle famiglie del quartiere ed è abitato da animali di varie specie. Quel lago, tuttavia, non è ancora correttamente riconosciuto dalle istituzioni per quello che già, indubitabilmente, è. Eppure, è un lago: impossibile non vederlo. 
Un lago, una famiglia, tutto ciò che esiste in natura e vive nel mondo, appare agli altri in tutta la sua inequivocabile evidenza, indipendentemente da quale ne sia il riconoscimento formale. Questo, tuttavia, quando manca, crea un imperdonabile e pericoloso scollamento tra la realtà e la legge. Nel caso di famiglie omogenitoriali, ad esempio, determina discriminazioni ai danni dei bimbi e delle bimbe. La legge si ostina a non voler riconoscere, cioè, non un diritto dei genitori, bensì il dovere di cura che questi dovrebbero avere nei confronti dei propri figli.
La letteratura, il racconto di storie, lo scavo nei sentimenti che attraversano quelle storie, ha molto più a che fare con la realtà, per fortuna, che con la disciplina legale di questa. La mia scrittura, proprio in ragione di ciò, mira a mostrare al lettore ciò che è trasparente e che, però, ha paura di essere invisibile.
Nell’esperienza di vita che il mio libro racconta, la mia famiglia è sempre vista da tutti, riconosciuta in ogni contesto sociale in cui essa si muove, nelle relazioni con le altre famiglie, a Roma come a Lecce, nelle scuole come al parchetto. Non sono credente, ma so di parrocchie che battezzano i figli di famiglie omoaffettive senza indugio e senza chiedere il permesso a nessuno.
Affermare che il Paese non è pronto, trincerarsi dietro una sua presunta arretratezza è spesso solo un alibi che si concede alla politica e che, talvolta, concediamo a noi stessi. La realtà e, per fortuna, la letteratura sanno sempre come smascherarci

Mattia Zecca

Mattia Zecca

Mattia Zecca è nato a Lecce nel 1984. È un avvocato e vive a Roma. Questo è il suo primo libro.

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