Immaginate questo: le prime ore di una giornata qualsiasi, il campanello che squilla più e più volte con l’insistenza dell’inevitabile, e un uomo di nemmeno trent’anni che va ad aprire la porta. Ha le gambe che gli tremano perché sa che quello è il tempo delle notizie capaci di scuotere le case, le vite, e mandarle in rovina. Non ha fatto nulla, eppure sa, ecco, nel momento in cui fa scattare la serratura, lui sa che questo non basta per essere innocenti. Ufficiali e cosacchi entrano nella sua povera camera. Loro vedono solo questo: la miseria che morde ed è quasi un’aggravante, perché è nel bisogno che la sovversione e la rivalsa fanno tana. Non possono immaginare che la mente più pura, e profetica (poco importa che fosse anche scellerata, perversa e delirante fino all’isteria), possa essere ospitata da quelle pareti cariche di muffa e squallore. Vedono la miseria, appunto, e lei divora ogni cosa. La procedura d’arresto, i sigilli messi alle carte, sono operazioni eseguite senza riguardo e senza alcuna consapevolezza di profanazione. Quel giovane – che in seguito avrebbe fatto dire a uno dei suoi uomini del sottosuolo di essere “malato e cattivo” – non reagisce. Dopo mesi di prigionia sarà dichiarato colpevole e condannato a morte.

Ora immaginate anche questo: un’altra alba in cui lo stesso uomo è prelevato per l’esecuzione. Gli viene imposta la camicia mortuaria, poi qualcuno lo lega a un palo e con una benda gli impedisce di guardare. In quel buio il giovane sente che il suo tempo non potrà più coincidere con quello degli altri. Gliene resta poco, sempre meno, giusto il necessario per la lettura della condanna e il rullo dei tamburi. Poi viene lo spazio del silenzio e della morte, e io ho sempre tentato di ricostruire cos’abbia provato il giovane uomo un attimo prima che il plotone facesse il suo dovere. E se abbia gioito per una grazia che arrivava estrema e dolorosa quanto un colpo di fucile.

Il raffinato sadismo con cui a quel condannato viene riconsegnata la vita, ma solo dopo avergli fatto annusare l’odore della fine, farà in modo che lui non sia più lo stesso. Durante quegli attimi qualcosa è stato duramente maltrattato e non si torna illesi da simili abissi. In ciò che Dostoevskij vivrà e scriverà (visto che in lui vita e opera sono un impasto inscindibile) porterà i segni di quell’attimo in cui forse non ha creduto più a niente, se non alla vita che perdeva, e al buio della benda quale unica eternità tangibile. Chissà se avrà pensato a Dio. Chissà se si può pensare a Lui in una circostanza simile. O se non abbia più naturalmente ricordato il Cristo, il Golgota, la croce, l’innocenza dilaniata, anziché il Padre che adesso con lui si regolava di nuovo tacendo, come col Nazareno. Chissà se potevano essere perdonati tutti: Dio (col suo amore difficile, fatto di prove continue), il plotone già pronto e la Russia intera (visto che sapevano, in fondo, quel che facevano). Mi sono sempre chiesta se non sia stato piantato allora il seme di Ivan Karamazov, e con lui il sospetto che quell’istante, quell’omicidio su sentenza (come lo definirà ne L’idiota), fosse permesso solo ammettendo questo: che Dio non esiste.

I fratelli Karamazov sono una selva in cui è facile perdersi. Per chi cerchi la pace, la quiete, il risarcimento da un presente che molesta, Dostoevskij è in generale controin- dicato. Lui non metterà mai il lettore in una posizione comoda, non lo conforterà con l’idea di un bene attingibile alla nostra natura o raggiungibile con l’esercizio di una fredda legalità borghese; i suoi personaggi non sono miti e conseguenti; le innocenze non sono immuni alla corruzione, come del resto la depravazione non esclude bagliori di santità. Dostoevskij non darà pace perché nessuno può rendere all’altro ciò che non possiede. Ed è il tormento di chi, dopo essere rimasto cosciente fino all’ultimo davanti al suo plotone, ha imparato cosa un uomo possa sopportare e dove cominci l’intollerabile che ammala e fa impazzire.

Il pensiero dostoevskiano è carico di rovesciamenti: per trovare il nadir dell’essere scenderà come un minatore nei cunicoli più bui dell’umano; e persino l’epilessia (che dopo la mancata esecuzione sembra incrudelire) di- venterà un punto di vista privilegiato: uno spiraglio che mira all’estasi più che predisporsi all’annientamento. Ma queste inversioni sono possibili solo a chi sa far convivere in sé la vertigine degli opposti: mutare il dolore in premio e il martirio in prova d’amore è, del resto, il basilare ribaltamento prodotto dalla cristianità.

Dostoevskij ha vissuto le ristrettezze economiche, l’infermità, la schiavitù del gioco, la scrittura assillata dal debito, il tormento dell’impurità e molto altro, quando ci consegna I fratelli Karamazov. Un testo debordante, profeticamente definito dallo stesso autore “il mio ultimo romanzo”, e forse delle cose ultime conserva il desiderio di adunare tutto, di tenere in una mano i fili dipanati lungo una vita. Non viene raccontato solo il parricidio, lo sgretolarsi di una famiglia poco accorta o il disinteresse di un genitore verso i propri figli. Qui si referta l’uomo senza risparmiargli nulla, tantomeno la consapevolezza di quanto sia piccolo, ridicolo e sopravvalutato. Chi prende su di sé il carico di questa verità è il più cupo dei fratelli Karamazov: Ivan, che ama disperatamente l’umanità intera (pur avvertendone la vocazione alla servitù, alla debolezza – la ama forse in ragione di questo), e non crede in Dio a partire da un’evidenza: l’ingiustificabile dolore degli indi- fesi. In lui Dostoevskij ha forse voluto dar voce al giovane uomo che, davanti al plotone, si era sentito solo nel caos del mondo, e aveva dubitato. Un’esitazione umana, forse poco rassicurante perché estranea all’ortodossia, ma io mi chiedo quanta pace possa venire da una fede cieca, che non esita davanti alla prova del dolore; e se il dubbio non faccia comunque parte del credere, dato che solo l’indifferenza è profondamente atea.

Ivan conosce quel che siamo, e ce lo ricorda a distanza di secoli. Soprattutto ha ben chiaro quanto sia facile riposare nella tranquillità del gregge, anziché pretendere una faticosa libertà. Ma il peggio è che questo, nemmeno Dio ha saputo comprenderlo. Lui ha sopravvalutato la nostra natura mettendoci in mano una possibilità di scelta per noi insostenibile. Rileggendo le parole di Ivan (di questo giovane uomo che è stato un bambino trascurato, e forse per questo è diffidente, rispetto a una qualsiasi paternità, anche celeste), ho sempre pensato che la forma più pura dell’amore fosse dalla sua parte. Perché sopravvive alla meschinità del destinatario senza il bisogno di metterlo alla prova. Il più cupo dei fratelli Karamazov, quello che non ha bisogno di Dio, tantomeno del ricatto dell’immortalità per costruirsi una morale, quell’uomo che fa tremare i polsi di qualsiasi interlocutore, ha in sé un bagliore accecante, che ci spoglia della vergogna di essere umani, e ridicoli e sopravvalutati, e ci riconsegna – quasi a nostra insaputa – alla grazia.

Elisa Ruotolo

Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (CE). Con nottetempo ha pubblicato nel 2010 il suo libro d’esordio, la raccolta di storie brevi Ho rubato la pioggia (Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito; tradotto in Francia e Stati Uniti) e nel 2014 il suo primo romanzo, Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014, finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane). Nel 2018 ha pubblicato Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (rueBallu). Nel 2019, per Interno Poesia ha curato il volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi e con nottetempo ha pubblicato la sua raccolta poetica Corpo di pane. Il suo ultimo romanzo, edito da Feltrinelli, è Quel luogo a me proibito (2021).

I fratelli Karamazov
Elisa Ruotolo

Elisa Ruotolo

Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Caserta). Ovunque, proteggici è il suo primo romanzo. Ha esordito con la raccolta di storie brevi Ho rubato la pioggia (nottetempo, 2010) e, più recentemente, ha pubblicato Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (rueBallu, 2018) e la raccolta poetica Corpo di pane (nottetempo, 2019). Per Interno Poesia ha curato il volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi. Il suo secondo romanzo, pubblicato da Feltrinelli, è Quel luogo a me proibito (2021).

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