Quante volte abbiamo cercato di rispondere a questa domanda!
Io ho dovuto affrontare la questione molto prima di diventare una docente di storia e filosofia, ai tempi dell’università, quando uno straordinario professore di storia moderna organizzò un seminario facoltativo dal titolo: “Cos’è un classico?”. Studentesse e studenti si incontravano una volta a settimana per confrontarsi su questo tema. Il punto di partenza fu una lista di duecento titoli fornitaci dal professore (e ancora da me gelosamente custodita) che pur essendo arbitraria non voleva essere intoccabile, tanto che ognuno di noi fu invitato a suggerire e “sponsorizzare” un titolo per valutarne l’inserimento.

Partimmo ovviamente dall’etimologia di “classicus” (da clarus-a-um: ciò che si sente in modo chiaro e distinto) fino a individuare gli scrittori indiscutibilmente più importanti, gli “scriptores” classici, quelli di prim’ordine.

Capimmo, allora forse non così nitidamente, qualcosa che a diversi di noi servì poi didatticamente, una volta divenuti insegnanti, e cioè che quella domanda apparentemente retorica “A cosa servono i classici?” funziona solo se i classici non vengono pre- sentati agli allievi come un obbligo – peraltro spesso faticoso - ma come un’occasione. Non un passaggio obbligato(rio) che toglie ogni attrattiva all’autore in questione, ma uno squarcio che si apre disinteressato, senza fini pragmatici, senza attribuzione specifica di voti e giudizi, solo per dare spunti, incuriosire e avvicinare ai grandi testi del passato per poi lasciare libero sfogo alla voglia, al gusto e forse al bisogno dello studente/individuo/lettore.

Si legge un classico per lo stesso motivo per cui si studiano la storia, la poesia, la filosofia: per conoscere l’umanità, quella incarnata nel mio “io”, mai a me indifferente, e che si definisce in rapporto o in contrasto con quel libro; per aprirsi a mondi altrimenti persi nei meandri del tempo; per ritrovare le radici più profonde della civiltà europea e mondiale; per coniugare il significato di universale e particolare, di eterno e attuale.

Risuonano vere le parole di Italo Calvino, quando afferma che i classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo...» più che «Sto leggendo...», e risuonano soprattutto nell’atto di in-segnare, di continuare a lasciare delle tracce.

Un classico è quindi quel libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire, fondamentalmente per- ché pone e offre più domande che risposte, in una cifra fortemente filosofica.

Ora che insegno da molti anni ho capito che la risposta a quella domanda è implicita nella scuola, luogo ideale per far apprezzare i classici senza ricorrere a classifiche, liste eterne e frasi introduttive, ma semplicemente proponendo, narrando, leggendo e citando continuamente queste autrici e questi autori indispensabili nella formazione dell’uomo. Facendolo con disinvoltura, naturalmente, come se parlassimo di persone a noi vicine nel tempo e nello spa- zio, che possono comunicare direttamente con noi.

Quindi ai classici ricorro didatticamente ogni giorno. In termini universali. Senza limiti geografici, di genere, di epoche. Di slancio mi vengono in mente due testi classici ricorrenti nel dialogo con i ragazzi. Due testi molto diversi e ugualmente indispensabili nel mio orizzonte culturale e nella costruzione della mia idea di mondo. Due testi che, controllando sulla originaria lista del “mio prof”, stilata rigorosamente in ordine alfabetico per autore, stanno al posto 128 e 196: Utòpia di Thomas More e Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.

Utòpia, una parola coniata da More e che oggi ha poco più di 500 anni. Il libro venne pubblicato nel 1516 e nel bel mezzo del Rinascimento ci regalò la descrizione di un viaggio singolare e di un “luogo che non c’è”.

La filosofia classica aveva già conosciuto la descrizione utopistica - ante litteram - della “città migliore” della Repubblica platonica, ma More rende la sua isola un modello politico moderno all’interno di una letteratura visionaria e al contempo profondissima. Un prototipo che colleghiamo nei programmi scolastici alla Città del Sole di Tommaso Campanella e alla Nuova Atlantide di Francis Bacon.

Eppure l’Utopia di More ha qualcosa di unico. Mette insieme una feroce critica del suo presente e il desiderio di un mondo di armonia e di giustizia, di uguaglianza e di libertà: il sogno di un mondo che non c’è, che ancora non c’è, ma che forse potrebbe esserci.

È un testo che apre a tantissime domande di varia natura: dalla filosofia alla storia, dall’economia alla politica alla religione. E domande facilmente decli- nabili al presente e al futuro, domande sulle ideologie del passato, sul sogno americano o sull’Unione Europea, che sono didatticamente legittime dopo aver letto More. Prospettive temporali da leggersi come sconfitte o alternative praticabili.

Certamente, se non è possibile annoverare l’autore tra i profeti del passato, vista una contemporaneità più vicina alle distopie che alle utopie, possiamo si- curamente raccogliere il suo testimone e chiederci: “un altro mondo è ancora possibile?”.
Una stanza tutta per sé è un saggio straordinariamente moderno e necessario, nato da due conferenze del 1928 a cui Virginia Woolf partecipa per parlare del tema “Le donne e il romanzo”. Virginia Woolf sa benissimo che le donne sono escluse dalla cultura tout court da secoli e che ciò deriva dall’impossibilità di dedicarsi a qualcosa che non rientri nelle mansioni e negli obblighi sociali e familiari. Quale donna poteva permettersi d’altra parte denaro “una stanza tutta per sé”?

Attraverso uno stile equilibrato l’autrice si rivela capace di ironia e di spunti provocatori, di riflessioni acute e lucide, di espressioni proprie di un animo sensibile delicato e al contempo forte e determinato. Illuminante e commovente la figura di Judith Shakespeare, un’immaginaria sorella del ben più noto William, alla quale è preclusa l’istruzione (tema ripreso ne Le tre ghinee) e non sono offerte le stesse opportunità di imparare e conoscere, ma solo il destino di sognare e arrendersi alla dura realtà.

Quanto sono attuali i pensieri di questa autrice a un secolo di distanza? Moltissimo, perché fanno riflettere sul concetto di libertà e uguaglianza al femminile, ancora oggi. Proprio oggi.

Questi due classici, tra tanti altri, sono occasioni necessarie, oltreché per fortuna piacevoli, per le nuove generazioni per attualizzare questo passaggio di con- segne e di domande.

Io intanto vado a rileggermi uno degli altri 198 testi, in rigoroso ordine di “curiosità analfabetica”.

Silvia Suriano, professoressa di Storia e Filosofia al Liceo Scientifico – Classico – Scienze Umane Marconi Delpino, Chiavari (GE).

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