È sempre l’oceano, ovviamente, ma si vede che qualcosa è cambiato, il suo colore è diverso. Le onde, basse e larghe, continuano a dondolare delicatamente, c’è ancora soltanto oceano, ma il blu si macchia a poco a poco di giallo. Però non si forma il verde, contrariamente al ricordo che ci ha lasciato la teoria dei colori, ma qualcosa di torbido. L’azzurro luminoso è scomparso. L’increspatura turchese sotto il sole di mezzogiorno è sparita. Il cobalto insondabile da dove sorgeva il sole, l’oltremare del crepuscolo, il grigio piombo della notte: finiti.

D’ora in avanti è tutto un brodo.

Un brodo giallastro, ocra, ruggine. Ti trovi ancora a centinaia di miglia dalla costa, ma già lo sai: qui comincia la terra. Il fiume Congo si getta nell’Oceano Atlantico con una forza tale da cambiare il colore dell’acqua per centinaia di chilometri. Un tempo il viaggiatore che navigava per la prima volta verso il Congo con il piroscafo, a causa di questo scolorimento, pensava di essere quasi arrivato. Ma l’equipaggio e i veterani chiarivano ben presto al nuovo venuto che bisognava navigare ancora per due giorni pieni, giorni in cui avrebbe visto l’acqua diventare sempre più scura e sporca. Appoggiato al parapetto della poppa, il viaggiatore notava il contrasto sempre più accentuato con l’acqua blu dell’oceano che l’elica continuava a far risalire dal fondo. Dopo un po’ si vedevano passare zolle, isolette, grossi ciuffi d’erba risputati dal fiume e sballottati ora dalle onde dell’oceano. Attraverso l’oblò della sua cabina, distingueva le forme lugubri dell’acqua, “pezzi di legno e alberi sradicati, strappati via molto tempo prima da oscure foreste vergini, perché i tronchi neri erano senza foglie e i monconi spogli dei grossi rami roteavano talvolta sulla superficie prima di rituffarsi”.

Le immagini del satellite lo mostrano chiaramente: una macchia brunastra che, durante il picco della stagione dei monsoni, si estende verso ovest per ottocento chilometri. Sembra quasi una falla del continente. Gli oceanografi parlano del “ventaglio del Congo” o del “pennacchio del Congo”. Quando ho visto per la prima volta delle fotografie aeree ho pensato a una persona che si era tagliata i polsi e li teneva sotto l’acqua, ma per sempre. L’acqua del Congo, il secondo fiume più lungo dell’Africa, si tuffa letteralmente nell’oceano. Il fondo del fiume, roccioso, fa sì che la foce sia relativamente stretta. Contrariamente a quanto accaduto al Nilo, qui non si è formato un delta tranquillo verso il mare, e l’enorme massa d’acqua viene espulsa all’esterno attraverso un buco della serratura. Il color ocra deriva dal limo accumulato dal fiume Congo nel suo tragitto di ben 4700 chilometri: dalle sorgenti sulle alte pendici nell’estremo sud del paese, attraverso la savana arida e le paludi coperte di lenticchie d’acqua del Katanga, lungo le sconfinate foreste equatoriali che occupano di fatto l’intera metà settentrionale del paese, fino ai mutevoli paesaggi del Basso Congo e alle mangrovie spettrali della foce. Ma il colore deriva anche dalle centinaia di fiumi e di affluenti che formano insieme il bacino del Congo, un’area di circa 3,7 milioni di chilometri quadrati, più di un decimo della superficie totale dell’Africa, che corrisponde perlopiù al territorio dell’omonima repubblica.

E tutte queste particelle di terra, tutti questi frammenti raschiati di argilla, limo e sabbia si lasciano trasportare a valle dalla corrente, verso il largo. Talvolta fluttuano tranquillamente scivolando via in modo impercettibile, talvolta si agitano frenetici portando buio e schiuma alla luce del giorno. Talvolta restano incastrati. A una roccia. A una sponda. A un relitto arrugginito che urla in silenzio alle nuvole e intorno al quale è cresciuto un banco di sabbia. Talvolta non incontrano niente, assolutamente niente, se non acqua, un’acqua sempre diversa, prima dolce, poi salmastra, infine salata. Così quindi comincia un paese: diluito in una grande quantità di acqua di oceano.

Ma dove comincia la Storia? [...]

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