Io scrivo, non so fare altro. In fondo, scrivo perché non so sostituire una ruota bucata, né compilare una raccomandata con ricevuta di ritorno; non so quanta pasta calare nell'acqua che bolle, né ho idea di quanto sia un etto di prosciutto; non saprei riconoscere una drogheria, una merceria e non capisco cosa vuol dire "lavanderia a secco". Se in banca mentre faccio la fila qualcuno mi supera facendo il furbo, non so cosa dire per farglielo notare, e finisco per non dire nulla. Mi barrico dietro la scrivania, e scrivo, difendendomi dalle incapacità pratiche, proprio come richiede il luogo comune. Ma io ho avuto sempre la furbizia, e la debolezza, di buttarmi lì dove avevo imparato volessero i luoghi comuni. È il posto più sicuro. Sono un maniaco della computisteria. Penso di aver cominciato a scrivere per il solo fatto di non resistere all'attrazione dei fogli, dei quaderni; perfino davanti a una rubrica non so trattenermi dall'acquistarla. Ho chili di carta e continuo a comprarne, e non la buttovia fino a quando i fogli non sono interamente sfruttati su tutt'e due le facciate. E se rimane dello spazio lo ritaglio per farne fogliettini buoni per gli appunti. In ogni angolo della casa ho un gruppo di questi fogliettini con accanto una matita, pronti per ogni idea. Le idee, buone o cattive che siano, bisogna catturarle subito, e poi spremerle fino alla buccia, senza pietà. Ma più spesso non è l'idea da appuntare a spingermi a scrivere su questi foglietti, ma il contrario: è la presenza irresistibile del foglio da riempire, da consumare, che mi spinge a scrivere qualcosa, qualsiasi cosa. Finalmente, con qualche esitazione e uno stropiccìo degli occhi, metto via il giornale, e dal tavolo della cucina percorro la strada verso lo studio. Lentamente. Siedo alla scrivania. Guardo il piano. È il momento di cominciare, senza dubbio. La disposizione di tutte le cose sulla scrivania è così piacevole che continuo a non cominciare per assaporare più a lungo il piacere di cominciare. In quel momento l'angoscia scompare, forse per la coscienza improvvisa che neanche oggi farò nulla. Il più delle volte scrivo a mano. Se guardo giù in fondo al foglio, nell¹angolo più basso dove poi bisognerà metterlo da parte perché è compilato, so di poterci arrivare. Piano, senza sapere per forza cosa dire, senza dirlo a tutti i costi, ma so che in fondo al foglio ci arrivo lo stesso; e poi sono pronto per cominciarne un altro, e portarlo al termine fino all'angolo più basso. So farlo. Con scrittura leggibile e anche un po' elegante. Questo è quanto basta per lavorare nei prossimi decenni. Scrivo poco, ma da tutte le parti. Le parole sono poche, anche se usate al meglio: dal vocabolario di partenza si assottigliano a causa di mille regole, di molte consuetudini, della banalità, del vocabolario interiore e di capricci vari. Il numero diminuisce vertiginosamente. Non che non proviamo a cambiare, ma sono le parole consuete che finiscono per entrare alla perfezione nel nostro concetto di ritmo. L'esperienza poi risolve definitivamente le perplessità e tira avanti con sicurezza la catena di montaggio personale. Alla fine è così poco quel che ci rimane, e dobbiamo scrivere tutti gli anni che ci restano. Osservare il tempo che passa, sommarlo al passato e calcolare le pagine che ho mancato di scrivere. Vorrei essere ricordato per questo: per non aver scritto. Non per non esserne stato capace, ma per aver scelto di consumare il tempo necessario a immaginare quel che avrei potuto scrivere e non ho scritto. Mi sento talmente scrittore da non avere più bisogno di scrivere. Lo scrittore che è in me è in vacanza. Irrintracciabile. Gli scrittori sono come i mariti, che si sposano e fanno i figli e poi passano tutta la vita a dire agli altri: non ti sposare, non fare figli.Io sono l'incarnazione dello scrittore contemporaneo: sono ciò che si vuole da me. Non posso pensare solo a me stesso, devo pensare anche alla mia nota biografica.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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