Ieri mattina,in una delle prime dichiarazioni rilasciate dopo i trenta giorni di assedio israeliano a Ramallah, Yasser Arafat ha paragonato il campo profughi di Jenin a Stalingrado. Nelle stesse ore il segretario dell'Onu, Kofi Annan, gettava la spugna rinunciando a formare una commissione di inchiesta che indagasse su Jenin, dopo almeno dieci giorni i veti israeliani sulla composizione, i poteri, i fini della stessa commissione. Quel che è successo a Jenin avrà quindi per lungo tempo un alone di mistero e israeliani e palestinesi offriranno versioni differenti. Le dichiarazioni di Yasser Arafat di ieri mattina non lasciano dubbi:paragonando l'assedio del campo profughi alla resistenza sovietica (600.000 morti) di fronte alle truppe di Hitler,il leader palestinese la iscrive a lettere d'oro come l'atto principale del martirio del suo popolo.
Si propone di ricordarlo e di cantarlo ai combattenti di oggi e di domani e di proporre a tutta l'opinione pubblica che lo appoggia la mitologia di una città assediata che resiste e si batte, dalla parte del bene, contro soverchianti forze del male che portano la svastica come insegna.
A chi scrive è capitato di essere uno dei tanti testimoni del "dopo Jenin"; come molti altri giornalisti,membri di associazioni umanitarie e osservatori del rispetto dei diritti umani, sono stato a Jenin dopo il ritiro dell'esercito israeliano, nella giornata di domenica 21 aprile.
Posso quindi raccontare alcune cose viste di persona e riferire alcune testimonianze.
Più o meno dieci giorni fa il campo profughi di Jenin (13.000 abitanti), adiacente alla città omonima (nella Cisgiordania araba, 60.00 abitanti da alcuni anni sotto la giurisdizione dell'Autorità Palestinese) appariva pesantemente segnato da una battaglia durata dieci giorni, dall'1 al 10 aprile. In particolare,la piazza centrale del campo, grosso modo un quadrato di cento metri di lato, era stata rasa al suolo, ad opera di giganteschi bulldozer blindati dell'esercito israeliano, mentre le vie che portano alla piazza mostravano i segni devastanti del passaggio dei bulldozer medesimi. Desolazione e macerie come di fronte al più devastante dei terremoti.Scarsissimi i soccorsi.
Almeno mille uomini donne e bambini che si aggiravano attoiti nei luoghi i cui aveva o abitato,senza luce elettrica o acqua,con il solo sostegno delle telecamere che li riprendevano, ma con poca solidarietà dal resto della popolazione cittadina. Da circa una settimana il mondo aveva appreso che a Jenin era avvenuto un "massacro"di cinquecento civili ad opera dell'esercito israeliano che poi aveva coperto i suoi misfatti sotto l'azione dei bulldozer.
Le notizie,in realtà molto confuse e senza paternità, erano state giudicate credibili da governi europei e "da verificare"da parte della Casa Bianca, che i quei giorni aveva a Gerusalemme i missione diplomatica il segretario di Stato, Colin Powell. Con il passare dei giorni, per opera delle indagini di numerosi organismi internazionali, l'ipotesi del "massacro"di civili veniva però a cadere. Ma ancora oggi una ricostruzione completa è impossibile e il "ground zero" della piazza centrale del campo profughi di Je i difficilmente potrà essere rivoltato e setacciato.
Ad oggi, i cadaveri raccolti dalle macerie o ritrovati nell'ospedale cittadino sono circa cinquanta, i massima parte di combattenti palestinesi. L'esercito israeliano ha avuto ventitrè caduti e circa settanta feriti che ha evacuato dal campo. Questa la ricostruzione del "prima"che mi sento di poter proporre ai lettori del Secolo XIX.
Il campo profughi palesti ese è nato nel 1948 e si è ampliato dopo la guerra del 1967. Nonostante aiuti economici da tutto il mondo, è sempre stato in condizio i pessime per densità di popolazione, condizioni abitative, malattie e disoccupazione endemica. Roccaforte dei combattenti palestinesi, il campo negli ultimi due anni ha avuto il record di 28 terroristi suicidi addestrati e inviati a compiere stragi nelle maggiori città di Israele (i loro manifesti tappezzavano tutta la città, comprese le sedi dell'Onu). Il governo Sharon aveva i dicato in Jenin la "catena di montaggio" del terrorismo che in 18 mesi aveva ucciso 470 civili israeliani. L'esercito, forte di almeno cento carri armati, si è presentato ai margini del campo con la richiesta di consegna di 400 persone, che Israele considera terroristi. La richiesta non è stata accettata. Il "durante" è la battaglia, sicuramente la prima battaglia sul campo che ha opposto l'esercito isrealiano alle formazioni di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Al Aqsa.
Le entrate del campo sono state minate,molti edifici sono trasformati in trappole. I primi tredici soldati che entrano (riservisti,come tutti riservisti sono gli attaccanti di Jenin) saltano sulle mine. Cecchini e "suicidi" impegnano casa per casa l'esercito che avanza in condizioni che generali e colonnelli non avevano immaginato. La battaglia viene definita sia dai soldati isrealiani che da un dirigente della Jihad arresosi l'ultimo giorno, come una "guerra di fanteria". L'ultimo ridotto palestinese (circa cento combattenti) viene affrontato con i bulldozer che non risentono minimamente delle mine e dei missili anticarro.
Il "dopo"sono il seppellimento dei cadaveri,la bonifica dalle mine, la contestazione dei famigliari delle vittime militari israeliane delle autorità ("avete mandato i nostri figli allo sbaraglio, perché non li avete difesi,perché non avete bombardato?"), il ritrovamento di depositi e di laboratori di esplosivi. Il "dopo del dopo"ci accompagnerà per vent'anni.
Ieri Arafat l'ha chiamata Stalingrado; una settimana fa Jenin dai palestinesi veniva chiamata "la nostra Tora Bora". I soldati riservisti che ho incontrato mentre completavano l'uscita da Jenin non avevano invece alcun nome di battaglia da dare alla battaglia. Né,credo,la ricorderanno con gagliardetti o stemmi.

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio, nato a Torino nel 1947, giornalista, conduttore televisivo e scrittore, ha diretto i quotidiani “Lotta Continua” e “Reporter”, e il settimanale “Diario”. Tra le sue opere: Cinque storie quasi vere (Sellerio, 1989), La banalità del bene (Feltrinelli, 1991), Il figlio della professoressa Colomba (Sellerio, 1992), Raccolto rosso. La mafia, l’Italia (Feltrinelli, 1993), Besame mucho (Feltrinelli, 1995), Bella ciao (Feltrinelli, 1996), Patria. 1978-2008 (il Saggiatore, 2009), Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze (il Saggiatore, 2010), il romanzo Zita (il Saggiatore, 2011), Il vile agguato (Feltrinelli, 2012), La felicità in America (Feltrinelli, 2013), Indagine sul ventennio (Feltrinelli, 2014), Patria. 1967-1977 (Feltrinelli, 2017), La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli, 2019). Dal 2012 risiede a San Francisco.

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