Nell’opera buffa che ha visto nascere e morire in due giorni il golpe contro il presidente venezuelano Hugo Chávez, negli Stati Uniti la consigliera per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice ha recitato una parte breve ma memorabile. Mentre Chávez veniva sequestrato e il presidente provvisorio scelto dai golpisti, Pedro Carmona, scioglieva le istituzioni costituzionali – l’Assemblea nazionale, la Corte suprema, l’ufficio del procuratore generale e la commissione elettorale nazionale – la Rice e il resto dell’amministrazione Bush sono rimasti in silenziosa approvazione.
Solo dopo che il presidente eletto è stato debitamente rimesso al suo posto, la Rice è entrata in scena per sgridare Chávez, dicendogli che è lui, non i golpisti, che dovrebbe «rispettare le procedure costituzionali».
Sebbene il golpe sia stato denunciato da 19 capi di Stato latinoamericani come una violazione dei principi democratici, l’amministrazione Bush ha pubblicamente tollerato la presa di potere dei militari. Non solo Washington ha mostrato di avere una concezione molto selettiva della legalità: ha deciso anche di rimanere isolata in un emisfero che ha dovuto subire le infinite lezioni degli Stati Uniti sulla democrazia. Come ha notato il senatore Christopher Dodd, «restare in silenzio mentre un governo viene illegalmente rimosso è un fatto molto inquietante che avrà conseguenze profonde sulla democrazia dell’emisfero».
Senza dubbio l’amministrazione Bush c’è rimasta male quando ha visto che Chávez non era stato fatto fuori per sempre. Il Venezuela fornisce agli Stati Uniti quasi altrettanto petrolio dell’Arabia Saudita. E Chávez ha allegramente fatto marameo agli americani mostrando la sua amicizia per Fidel Castro, schierandosi con Gheddafi e Saddam Hussein e facendo piedino ai guerriglieri colombiani. Anzi, Chávez – un ex paracadutista dell’esercito – ha conquistato il potere proprio perché era l’incarnazione della sfida aperta al cosiddetto Accordo di Washington del 1998 sull’economia di libero mercato dell’emisfero. E da allora ha fatto di tutto per far arrabbiare sia l’oligarchia economica venezuelana sia il dipartimento di Stato americano con regolari squilli di retorica populista.

Le trame di Washington
Che Washington volesse liberarsi di Chávez è innegabile. Prima del tentato golpe, alcuni alti funzionari statunitensi si erano incontrati con Carmona e altri leader della coalizione che ha esautorato Chávez; e a dicembre, Rogelio Pardo-Maurer, il funzionario del Pentagono responsabile per l’America Latina, aveva incontrato il generale Lucas Rincón Romero, capo dell’alto comando militare venezuelano. Più tardi, durante il breve regno di Carmona, secondo un funzionario del dipartimento di Stato citato dal New York Times, il sottosegretario di Stato per l’America Latina Otto Reich aveva telefonato al presidente golpista – a quanto sembra per invitarlo a non sciogliere l’Assemblea nazionale. La commissione dell’Organizzazione degli Stati americani che sta ora investigando a Caracas dovrebbe accertare quale ruolo abbiano avuto gli Stati Uniti nel fallito golpe.
Chiunque abbia progettato la rimozione di Chávez ha sbagliato i suoi calcoli. La maggior parte dei comandanti delle unità di combattimento gli è rimasta fedele e ha imposto il suo ritorno al potere. Anche l’alleanza politica che ha guidato il golpe – l’alta e media borghesia affiancata dai sindacati – ha avuto vita breve. Quando i militari hanno scelto Carmona, uno dei leader più in vista della classe imprenditoriale, come capo del governo provvisorio, i sindacati – letteralmente dal giorno alla notte – hanno ritirato il loro appoggio. Nel giro di poche ore dalla sua presa di potere, Carmona si è trovato isolato e il suo castello di carte è crollato. Detto questo, cerchiamo di non confondere Chávez con Salvador Allende, il presidente cileno democraticamente eletto deposto trent’anni fa da un’alleanza tra l’alta borghesia e i militari, appoggiata dagli Stati Uniti. Chávez non è riuscito a introdurre molti dei cambiamenti radicali che aveva promesso. Ha mostrato ben poco di quel rispetto che Allende aveva per le istituzioni democratiche. Diversamente da Allende, nei confronti del quale il consenso popolare era aumentato prima che il suo governo venisse rovesciato, Chávez ha visto il suo originario 80 per cento di consensi scendere a poco più del 30 per cento. E Allende non ha mai mandato la polizia e i suoi sostenitori armati contro pacifici dimostranti come ha fatto Chávez, scatenando uno scontro a fuoco che ha prodotto decine di feriti e più di una dozzina di morti.
Allende parlava al suo popolo come un professore. Chávez, che aveva architettato anche lui un colpo di Stato fallito nel 1992, spesso gli parlava come un fanatico. L’innegabile carisma di Chávez sfiora la megalomania, la sua denuncia di tutti i membri dell’opposizione confina con la paranoia e il suo antidoto alle forme più vuote di democrazia è spesso la demagogia dal pugno di ferro. La corruzione all’interno del suo regime, uno stile sempre più autocratico e la sua incapacità di risolvere – se non molto parzialmente – il problema della povertà hanno fatto crescere l’opposizione a Chávez molto oltre i limiti delle élite economiche filoamericane.

Ai margini
Dopo aver vinto con una valanga di voti nel 1998, Chávez ha proceduto in modo aggressivo a smantellare il vecchio sistema. I due partiti tradizionali sono stati spinti ai margini, lo screditato congresso è stato sostituito da un parlamento unicamerale, la corruzione è stata denunciata e punita. Poiché si era impegnato a sollevare le sorti dei due terzi della popolazione che guadagnano ancora meno di due dollari al giorno, facendo infuriare l’oligarchia economica, Chávez ha emesso una serie di decreti per intensificare l’intervento dello Stato nell’economia e avviare la tanto necessaria riforma agraria. Ma i suoi modi autoritari e la sua incapacità di intraprendere riforme profonde fanno pensare che le alternative di giustizia sociale e autentica democrazia che gli ha fatto conquistare tanti consensi sono ancora lavori in corso.
Sarebbe ora che Chávez cominciasse a parlare molto meno e a fare molto di più. Quando Gabriel García Márquez lo ha incontrato all’inizio del suo mandato, lo scrittore colombiano è rimasto «sopraffatto dalla sensazione di viaggiare con due uomini che erano l’uno l’opposto dell’altro. Uno al quale il capriccio del fato aveva dato la possibilità di salvare il suo paese; l’altro un illusionista che avrebbe potuto passare alla storia come uno dei tanti despoti». E proprio quando sembrava che Chávez stesse soccombendo a questo secondo destino, quasi magicamente gli è stata data un’altra possibilità di tornare al primo.

Traduzione di Bruna Tortorella
Marc Cooper

Marc Cooper

Marc Cooper, californiano di origine, espulso dall’università per la sua militanza pacifista, si trasferì a vent’anni a Santiago del Cile dove inizialmente trovò lavoro come traduttore di Salvador Allende. È diventato un reporter “radicale”, vincitore di numerosi premi giornalistici. Collabora con diverse testate, fra cui il “Times” e il “Los Angeles Times”. Feltrinelli “Traveller” ha pubblicato L’America dietro il sogno (1999) Sulle tracce di Che Guevara (1999) e Io e Pinochet (2002).

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