E’ stata una giornata particolare, balorda, ma felice. Ci sono dei momenti, nella vita, in cui ti avvisano che a una certa ora arriverà la sentenza: una diagnosi che temi, la sentenza di una toga, la bocciatura di un professore che sai che non ti vuole bene. E poi succede che, per ragioni casuali, tutto viene rimandato. Non sei malato, sei libero, sei promosso. Nel nostro caso, sei incredibilmente passato agli ottavi di finale dei mondiali di calcio in Corea e Giappone. Avresti dovuto vincere ("Vincere! E vinceremo!", come urlava il Duce) e invece al terzo del econdo tempo scopri che passi il turno lo stesso, anche se perdi, perché l’Ecuador con Mendez sta mettendo sotto la Croazia. Per questi avvenimenti imprevisti in momenti cruciali della vita (la Tac si è rotta, il giudice e il professore i sono rotti una gamba, Mendez ha segnato), alcune persone invocano un concetto di giustizia, altri il caso o la statistica, altri ancora la carezza del buon Dio.
Come ha fatto il Trap, sicuro che non abbia segnato Alex Del Piero, ma Lui, invocato dall’aspersione sul terreno giapponese da una certa acqua miracolosa, di cui oggi tutti vorremo avere una boccetta. Siamo contenti così, anche perché cominciava ad essere tremendamente simbolica la sequenza dei falsi gol. Tre in due partite:noi segniamo, esultiamo e poi inquadrano una bandierina e annullano, come se per noi non valesse la legge che vale per tutti al di là del fiume Pecos. E poi era struggente vedere in campo due squadre -Italia e Messico -con la stessa bandiera bianco rossa e verde e un centravanti messicano dal nome italiano, il fantastico Borgetti, che ci segnava un gol, leggero e aereo come un giocatore di basket che in sospensione fa il ciuff decisivo da tre punti. E in nome dello sport lo dovevi applaudire. Poi, ancora, la maldineria inesistente, la totteria nervosa, la montelleria che invoca piuttosto la fidanzata, la squadra lunga, un centro campo di oche morte. A un certo punto, quando i messicani ci stavano davvero umiliando, ho visto il loro Morales che avanzava nelle praterie della difesa più forte del mondo, e ho pensato che noi eravamo veramente giù di morales.
Poi, al trentanovesimo, è arrivato Del Piero:lui, sempre accusato di essere molle, l’ha messa giù dura (e in due minuti ci aveva già provato due volte). Potete star sicuri che, molto più di Garibaldi, ci terrà a far sapere che è stato lui a fare la patria. Come siamo? Soddisfatti. Sì, ma non del tutto perché oggi abbiamo imparato che non siamo molto forti;ci hanno semplicemente rimandato.
Però va bene così, abbiamo il precedente di Vigo, cui seguì Barcellona. Basta che nessuno venga poi fuori con una confusa storia di un qualche avvocato che avrebbe versato un bonifico nei paradisi fiscali delle isole Cayman a favore di un cugino di un accompagnatore della squadra croata. Queste cose non le voglio neanche sentire. Io sto col Trap:a farci andare agli ottavi è stato il buon Dio, che tra qualche giorno, dal cielo, gli detterà la formazione.
Enrico Deaglio

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio, nato a Torino nel 1947, giornalista, conduttore televisivo e scrittore, ha diretto i quotidiani “Lotta Continua” e “Reporter”, e il settimanale “Diario”. Tra le sue opere: Cinque storie quasi vere (Sellerio, 1989), La banalità del bene (Feltrinelli, 1991), Il figlio della professoressa Colomba (Sellerio, 1992), Raccolto rosso. La mafia, l’Italia (Feltrinelli, 1993), Besame mucho (Feltrinelli, 1995), Bella ciao (Feltrinelli, 1996), Patria. 1978-2008 (il Saggiatore, 2009), Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze (il Saggiatore, 2010), il romanzo Zita (il Saggiatore, 2011), Il vile agguato (Feltrinelli, 2012), La felicità in America (Feltrinelli, 2013), Indagine sul ventennio (Feltrinelli, 2014), Patria. 1967-1977 (Feltrinelli, 2017), La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli, 2019). Dal 2012 risiede a San Francisco.

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