Riassunto in poche parole, i pazienti (così io considero entrambi, israeliani e palestinesi) sono riluttanti ma pronti per il tavolo operatorio, mentre i dottori (Sharon e Arafat) si dimostrano inguaribili codardi. Israeliani e palestinesi dovrebbero compiere uno sforzo ulteriore per negoziare un accordo che li impegni contemporaneamente a passi concreti: la rimozione di alcuni insediamenti ebraici in cambio dello smantellamento di una tra le organizzazioni terroristiche. Il piano dovrebbe funzionare in modo progressivo. E condurre in un secondo tempo a cancellare altre colonie e un nuovo gruppo fondamentalista.
Se ciò non dovesse funzionare dovremmo allora trasferire il conflitto «a un livello più alto», che significa il negoziato tra Israele e la Lega Araba (quando ero all'asilo e non riuscivo a risolvere i miei litigi con un compagno mi rivolgevo alla sorella più grande, o ai suoi genitori).
Forse non dovremmo iniziare le trattative sulla questione delle colonie ebraiche o dei confini, tantomeno dovremmo affrontare il nodo di Gerusalemme e dei Luoghi Santi; piuttosto sarebbe meglio parlare del futuro dei profughi palestinesi che da oltre cinquant’anni marciscono in campi di raccolta tra rabbia, povertà e risentimento. Questa gente non dovrebbe venire a vivere in Israele, se ciò avvenisse ci sarebbero due Stati palestinesi e neppure uno per gli ebrei. Ma ognuno di questi profughi necessita di una casa, un lavoro e una cittadinanza dello Stato palestinese. Ciò significa creare alcune centinaia di migliaia tra abitazioni e posti di lavoro. Questa è la dimensione più urgente del conflitto, poiché tutta questa gente soffre quotidianamente in condizioni disumane. La loro disperazione è la prima causa dei problemi correlati alla sicurezza in Israele. Sino a quando i profughi non avranno speranza, Israele non avrà sicurezza.
Lo sforzo per risolvere i problemi dei profughi in Palestina, non in Israele, può davvero essere collettivo. L'Europa potrebbe giocare un ruolo maggiore, assieme agli Stati Uniti, con le nazioni arabe più ricche e Israele, che dovrebbe contribuire ignorando la vecchia polemica su quale parte ricada la responsabilità storica per le tragedie dei profughi. I Luoghi Santi possono attendere, i profughi no.
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

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