«Basta, vogliamo le maschere antigas! Dovete darle a tutti, e di quelle buone! Non vogliamo fare la fine del topo». La gente a Marghera oggi urla, impallidisce di paura, e non c’è ricatto del lavoro che tenga più: «Dispiace per gli operai, ma ghe xe tanta gente fora!». Oggi è un giorno che non sarà dimenticato, nella storia del Petrolchimico e dei paesi che gli stanno intorno. Il giorno in cui tutti - ma proprio tutti, compresi i sindacalisti chimici che della fabbrica velenosa sono sempre stati i difensori più decisi - dicono che bisogna smettere di campare con la morte dietro l’angolo. Lo scoppio dell’altra sera al reparto Tdi della Dow Chemical, la nube che si alza, la popolazione messa in allarme con 50 minuti di ritardo, le sirene che urlano. E il silenzio della multinazionale. «Diteci che cosa è uscito da quel serbatoio!», gridano al municipio di Marghera. Il sindaco Costa e il prosindaco Bettin, più incazzati di loro, non sanno ancora che cosa rispondere. Quel che la Dow Chemical - la stessa di Bhopal - non dice ancora è che nel rogo sono bruciate «da 10 a 20 tonnellate» di peci clorurate: uno scarto di lavorazione del Tdi (toluen-di-isocianato).
E che cosa c’era nella nube? I tecnici dell’Arpav, l’agenzia regionale dell’ambiente, parlano di quello che hanno trovato loro in giro per Mestre e Marghera: «Acido cloridrico, monossido di carbonio, idrocarburi, toluene, xilene, benzene - elenca il direttore Renzo Biancotto - E presumiamo che si possano essere formate delle diossine». Per accertare la presenza di diossina, come quella di Seveso, gli esami di laboratorio impiegheranno un paio di giorni. L’incendio, domato in pochi minuti dai vigili del fuoco del nucleo interno, non è arrivato ai depositi di fosgene. «Non poteva succedere niente - dice un vecchio del Petrolchimico - Sono tutti bunkerizzati in cemento armato». Col fosgene libero nell’aria, sarebbe stata un’ecatombe. E «fosgene» era la parola che correva terrorizzando la gente di Marghera, molto prima che scattasse l’allarme. «Bruno, è il fosgene!», gridava nel telefonino la moglie di Bruno Filippini, leader storico dei chimici Cgil ora in pensione. Lui era là, davanti all’incendio, e provava a calmarla: «No, non è vero. Non mi credi? Ti passo Bettin, chiedilo a lui». Bettin e Filippini: i due «nemici» di sempre, il prosindaco ambientalista e il sindacalista che per anni si son fatti la guerra sul destino del Petrolchimico, erano lì insieme a guardare il disastro. Spaventati allo stesso modo. E oggi fa impressione sentir Filippini pronunciare parole che, dette da Bettin, per anni l’hanno mandato in bestia: «Adesso basta - dice - Basta nascondersi dietro il sindacato, dire che non si può chiudere per difendere i lavoratori. Questi signori delle multinazionali fanno miliardi di profitti, non beneficenza. Vogliono chiudere? Che chiudano. E dichiarino qual è il loro gioco».
Il Petrolchimico è una bestia in agonia, smembrata in tredici diverse aziende per spremere quel che ancora si può spremere dai suoi impianti, e senza investire in sicurezza. Dove c’era solo Enichem, oggi ci sono americani, francesi, inglesi, arabi. E i pericoli aumentano. «Siamo in una delle stagioni più pericolose della storia di Marghera - denuncia Bettin - Il polo chimico è fatto di svariate aziende senza alcun rapporto col territorio circostante e con le istituzioni, dirette da manager che hanno un concetto sbrigativo delle relazioni sindacali. Pare che tutti aspettino di spremere il limone fino al 2006, quando l’adeguamento alle norme europee imporrà verifiche sulla sicurezza e investimenti. E allora, magari, se ne andranno in Cina o in un altro paese con meno regole». Luciano De Gaspari, oggi assessore alle attività produttive in Comune, è un altro ex-leader storico del sindacalismo chimico. Oggi dice: «Siamo a un punto di svolta. E’ ora di arrivare a una fermata progressiva degli impianti, e a una verifica dei rischi. L’accordo del '98, per cui sono stati spesi 1200 miliardi di lire, non tiene più. E ve lo dice uno dei padri di quell’accordo».
Accordo siglato dall’Enichem, e via via sottoscritto da chi subentrava comprandosi pezzi del Petrolchimico. Quell’accordo, che doveva garantire adeguamento degli impianti e risanamento ambientale, non serve a evitare i rischi. «Lo spezzettamento - dice De Gaspari - ha provocato lo scarico delle responsabilità e l’aumento dei rischi per insufficiente manutenzione. Serve un unico consorzio per la manutenzione e la sicurezza». «Il Petrolchimico è un corpo unico - dicono i lavoratori - dove tutte le parti sono legate. Questi nuovi padroni non possono pensare di farsi manutenzione e sorveglianza ognuno per conto suo, magari affidandosi ad appalti di aziendine poco affidabili». L’altra sera, per fortuna, c’erano i pompieri del nucleo interno: gente esperta, che sa che cosa fare e lo fa in fretta. Ma la Dow Chemical ha aspettato almeno venti minuti prima di avvertire con un fax il Comune, e gli abitanti di Mestre e Marghera hanno sentito le sirene dell’allarme solo 52 minuti dopo lo scoppio. E dire che Mestre ha un piano di emergenza unico in Italia, e che solo un mese fa alla gente è stato distribuito un dépliant con le norme di comportamento. Ma prima dell’allarme la notizia correva già. All’ospedale gli infermieri si preparavano ad evacuare i malati. I bambini dell’oratorio di Gesù Lavoratore correvano a casa: «Mamma, apri che ho paura», gridava Jacopo, 12 anni, al citofono. Al Petrolchimico, dove c’erano 12 mila posti di lavoro, ora sono in 3 mila. La fabbrica non dà più da mangiare a una comunità intera: «E allora, vadano a farla in mezzo a un deserto. Vanno gli ispettori Onu in Iraq, e noi non possiamo sapere che cosa succede là dentro?».

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