Ariel Sharon ha fatto il bis. Come prevedevano i sondaggi, il primo ministro vince nettamente le elezioni israeliane, ripetendo il successo alle urne di due anni fa. Gli exit-poll annunciati alle dieci di sera dal primo canale della televisione assegnano 36 seggi al Likud, che diventa così il partito di maggioranza relativa: una crescita prodigiosa rispetto ai 19 seggi della precedente legislatura. Se confermata dalle cifre ufficiali, il Likud avrà il doppio dei seggi del partito laburista guidato dall´ex-generale pacifista Amram Mitzna, che crolla da 25 a 18, il suo minimo storico. Il Labour rimane a stento il secondo partito, tallonato dai secolaristi di Shinui, un movimento laico di centro che fa della lotta ai privilegi dei religiosi la sua bandiera e che ottiene una clamorosa affermazione salendo da 6 a 14 seggi. I guai per il capo del Likud però cominciano adesso: Sharon punta a formare un governo di unità nazionale simile a quello da lui diretto nel suo primo mandato, ma per ora il Labour rifiuta di farne parte e Shinui accetterebbe solo se resteranno fuori dalla coalizione i partiti religiosi. Un puzzle apparentemente irrisolvibile, che potrebbe obbligare il premier a creare, almeno per un po´, un governo di estrema destra, per il quale avrebbe un´ampia maggioranza.
Il dato più scioccante è che soltanto il 68,5 per cento degli elettori si è recato alle urne, 4 per cento meno che nel '99. L´affluenza più bassa dalla fondazione di Israele: un motivo può essere che l´esito della contesa appariva scontato, ma sembra pure un segnale di scarso entusiasmo, di diffusa sfiducia nei leader, nei partiti e nelle loro ricette per uscire dalla crisi che attanaglia il paese.
L´esercito aveva ermeticamente chiuso i Territori Occupati e imposto il coprifuoco nelle città dell´autonomia, per scongiurare il rischio di attentati. Non solo dunque i palestinesi non potevano entrare in Israele: non potevano nemmeno circolare all´interno delle proprie zone. Trentamila militari e poliziotti hanno pattugliato ogni angolo del paese, e non si sono verificati incidenti durante le operazioni di voto. In compenso, nei Territori la violenza c´è stata lo stesso, facendo sette morti e decine di feriti, tutti palestinesi. Quattro hanno perso la vita a Jenin, durante scontri scoppiati dopo un´incursione dell´esercito; tre sono rimasti uccisi da una misteriosa esplosione che ha sbriciolato un edificio di Gaza, dove viveva un capo di Hamas. Per gli integralisti islamici è stato un missile lanciato da un elicottero israeliano; secondo le forze armate è stato l´attivista di Hamas a provocare involontariamente la deflagrazione, preparando un ordigno.
Quello di ieri era il terzo ricorso alle urne in meno di quattro anni: Sharon si è augurato che la sua vittoria produca "stabilità" e rafforzi "la democrazia israeliana in un momento di grande pericolo". Il laburista Mitzna ha ammesso la sconfitta alle dieci e mezza di sera, congratulandosi al telefono con il premier: i due si incontreranno presto. "Se non abbiamo vinto stamane, vinceremo la prossima volta, entro un anno ci saranno nuove elezioni", cerca di consolare i suoi Mitzna, esortando il partito a restare all´opposizione. Ma non è detto che per lui ci sarà una prossima volta. Eletto a capo del Labour appena tre mesi fa, potrebbe non conservare la leadership dopo un risultato così disastroso.
Perde di brutto anche Meretz, il partito radical-pacifista (lo votano, tra gli altri, gli scrittori David Grossman e Amos Oz), passando da 10 a 5 seggi, e il suo leader, Yossi Sarid, annuncia già le dimissioni: è una disfatta per tutta la sinistra. A destra, diminuisce il peso del maggior partito religioso, Shas, che scende da 17 a 13 seggi. Ciononostante, il blocco conservatore (o di estrema destra) comprendente il Likud, tre partiti religiosi, il movimento degli ebrei russi dell´ex-dissidente sovietico Natan Sharansky e gli ultranazionalisti, avrebbe comunque una larga maggioranza parlamentare di 70 seggi sui 120 della Knesset. Non è la coalizione che preferirebbe Sharon, né quella che piacerebbe a Bush. Ma potrebbe essere l´unico governo possibile.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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