Il suo personaggio aveva sempre una iniziale passione forte; le circostanze si incaricavano di spegnerla. Tranne che in pochi casi, per esempio Riusciranno i nostri eroi..., in cui porta avanti il suo compito, Alberto Sordi è sempre rintuzzato.
Avrebbe voluto essere un Buon Americano, un Buon Partigiano, un Buon Medico, un Buon Palazzinaro, un Buon Padre, un Buon Marito, un Buon Cittadino Borghese; ma ogni sceneggiatura agiva pesantemente contro di lui, consegnandocelo infine vittima riconoscibile a tutti per la sua pretenziosità, gloriosamente sovrastata da qualcosa di spropositatamente più potente: la burocrazia, l’ipocrisia, il censo, la nobiltà, la mafia, la magistratura, la guerra.
Così Alberto Sordi divenne – per dirla alla Sciascia – la maschera dell’irredimibile Italia. E, così facendo, divenne un modello per tre generazioni, che vennero da lui istruite e plasmate al rispetto del potere, e vennero educate ad avere del potere una grande paura. L’acqua in cui nuotava era la progressiva estensione della cosiddetta piccola borghesia, l’unica classe sociale oggi rimasta in vita attraverso i decenni della recente avventura italiana, cui Alberto insegnò lezioni fondamentali: spegnersi, contrattare, servire. In questo Alberto Sordi ha superato le barriere regionali: la sua maschera olrepassa quella del popolano romano, fin da subito è percepita come quella dell’italiano. La sua "famiglia" può aver sede in Lombardia o in Sicilia, ma la sua lingua (per intonazione o per movimento delle mani) è comprensibile a tutti, i suoi orizzonti accettano quasi subito di limitarsi, le sue aspettative imparano subito a fare i conti con un "contesto".
Alberto Sordi aveva un talento eccezionale, esercitato con molto lavoro. Muoveva con sapienza il corpo; ballava; recitava; danzava; cantava; imitava. (Guardate, se in questi giorni lo riproporranno, il suo cammeo in Il segno di Venere, con Franca Valeri, Sophia Loren, Vittorio De Sica, Raf Vallone, Tina Pica, Peppino De Filippo, regia di Dino Risi, 1955: lì, lui è ben oltre Jerry Lewis). Tutte le sue doti vennero però piegate – come accade sempre ai suoi personaggi – all’interpretazione della "vittima italiana". Gli fu negato Hollywood, gli fu negato il musical (cui era soprattutto portato), per relegarlo a maschera dei "vizi e virtù del carattere italiano", nell’aspra e inutile lotta che oppose il neorealismo alla commedia. Una lotta in cui, fin dall’inizio, vinse lui. Divenne così, per gli sceneggiatori e probabilmente per vocazione personale, il famoso archetipo democristiano (o meglio andreottiano), pacioso, infingardo e persino violentissimo nella difesa della sua famiglia nel Borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli e Vincenzo Cerami, uno dei pochissimi ruoli drammatici che gli vennero concessi.
Celebrando Alberto Sordi – a cadavere ancora caldissimo, tutte le agenzie già ci fanno capire che ci aspetta non un’alluvione, ma un’inondazione – noi celebreremo tante cose insieme: un autocompiacimento; una nostra calda piccolezza; l’immortalità di un concetto che prende il nome di Democrazia cristiana; e tante altre cose. Ci sarà di sicuro qualcuno che ci dirà che "non possiamo non dirci sordisti (o sordiani)", per quanto una sola persona – e non un filosofo, non un politico, ma un attore – sia riuscita a colonizzare l’immagine di un carattere nazionale. Il precedente colonizzatore era stato Gabriele D’Annunzio, fautore della "vita veloce". Seguì Mussolini, un vero pagliaccio con il suo finale tragico. Dopo la tagedia, prese consistenza Alberto: vitellone, imboscato, raccomandato, così simpaticamente debole dopo così tanti esempi di virilità grottesca: era lui il vero italiano vittorioso. (Non ebbe concorrenza fino al Nanni Moretti, nell’Ecce Bombo del 1978: "Ma che? Siamo in un film di Alberto Sordi? Sì, bravo, bravo... Te lo meriti Alberto Sordi, ciao". (ripetuto tre volte).
Non fu senatore a vita (forse toccherà a un suo grande antagonista mediatico, Mike Bongiorno, che nella vita reale venne imprigionato per antifascismo resistente); ma fu pur sempre sindaco di Roma, sebbene per un giorno solo. Il presidente Ciampi ha proposto i suoi film nelle scuole, indispensabili per capire la storia d’Italia degli anni Quaranta. In un film sull’Italia di oggi, Alberto Sordi non sarebbe un berlusconiano: troppo vecchio per buttarsi nel business. Ma non sarebbe neanche il sig. Rossi che mette la bandiera della pace sfidando i mugugni del condominio.
Era davvero un sopravvissuto. In epoca di sciacalli, nessuno cercava un suo "aargh". Peccato, però: un Alberto Sordi nelle retrovie della terza guerra mondiale.…
Enrico Deaglio

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio, nato a Torino nel 1947, giornalista, conduttore televisivo e scrittore, ha diretto i quotidiani “Lotta Continua” e “Reporter”, e il settimanale “Diario”. Tra le sue opere: Cinque storie quasi vere (Sellerio, 1989), La banalità del bene (Feltrinelli, 1991), Il figlio della professoressa Colomba (Sellerio, 1992), Raccolto rosso. La mafia, l’Italia (Feltrinelli, 1993), Besame mucho (Feltrinelli, 1995), Bella ciao (Feltrinelli, 1996), Patria. 1978-2008 (il Saggiatore, 2009), Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze (il Saggiatore, 2010), il romanzo Zita (il Saggiatore, 2011), Il vile agguato (Feltrinelli, 2012), La felicità in America (Feltrinelli, 2013), Indagine sul ventennio (Feltrinelli, 2014), Patria. 1967-1977 (Feltrinelli, 2017), La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli, 2019). Dal 2012 risiede a San Francisco.

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