Ichino (professore, giuslavorista, uomo pubblico che aderisce alla sinistra riformista) parla di sé, per dire che sa di essere un bersaglio della Brigate Rosse, così come era il suo amico Marco Biagi. Parla della sua morte possibile - nella Milano in cui abita e in cui, fino a ieri si muoveva tranquillamente in bicicletta perché così gli è stata prospettata dalle forze di polizia che vigilano su di lui, per notizie evidentemente molto serie che la polizia ha avuto. Si rivolge alle Brigate Rosse con sentimenti diversi e uniti:dignità, angoscia, coraggio. E a loro (chiunque siano) dice: guardiamoci negli occhi, proviamo a parlarci. Rispondete anche se avete intenzione di spararmi. Alla sua situazione, Ichino aggiunge un elenco di dialoghi disperatamente impossibili: tra Islam e Occidente, tra Israele e Palestina, tra americani e iracheni. Chiama questo tentativo "una cornice", sfida i terroristi a prenderla in considerazione; in qualsiasi forma e, se no, si dice disposto a morire. Ad occhi ben aperti. Credo che tutto sia eccezionale, in questo scritto. I toni e la personalità dell’autore. Il contesto in cui viviamo. La straordinaria collocazione che il Corriere gli ha dato e l’assenza di significative reazioni, al momento in cui scrivo. E poi, la disperazione. Lo squarcio sulla devastazione nella vita privata di una persona che nessuno conosceva come reale, ma solo come figura professionale. Vogliamo andare avanti? Vi potremmo trovare di tutto, dalla supplica di Priamo alle lettere del prigioniero Aldo Moro, alle ragioni dell’umanità contrapposte a quella delle ideologie, alla capacità del terrorismo di fare proprio quello a cui si dedica: creare il terrore. Oppure le lettere dei condannati a morte. O le riflessioni - solo apparentemente deboli - degli uomini candidi. Nelle prime righe del suo articolo - che non parla, come aveva sempre fatto, di lavoro interinale, di flessibilità, o di pensioni - Ichino lamenta di non poter più andare in bicicletta per Milano, perché i suoi tutori glielo impediscono. Non solo deve andare in macchina, mezzo che non apprezza più di tanto, ma addirittura una macchina di scorta lo segue. Io non so se nei "covi" di cui Ichino parla, in cui si è organizzato l’omicidio del suo collega Marco Biagi e in cui si è progettato il suo attentato, leggeranno la sua proposta di dialogo. Ma suppongo di sì: nei "covi", in tutti i covi, si passa la vita a ritagliare e a sottolineare giornali. Non credo che nessuno - nei "covi" - abbia il suo coraggio e accetti un dialogo. (Ma forse,qualcuno leggerà e sottolineerà fino a cavarsi gli occhi il suo articolo). In ogni caso lei, professor Ichino, secondo me ha scritto parole importanti. E le ha scritte mettendosi in maglietta - anzi, si è messo quasi nudo - e ha preso la bicicletta. Se ha bisogno di un passaggio, la porto in canna.
Enrico Deaglio

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio, nato a Torino nel 1947, giornalista, conduttore televisivo e scrittore, ha diretto i quotidiani “Lotta Continua” e “Reporter”, e il settimanale “Diario”. Tra le sue opere: Cinque storie quasi vere (Sellerio, 1989), La banalità del bene (Feltrinelli, 1991), Il figlio della professoressa Colomba (Sellerio, 1992), Raccolto rosso. La mafia, l’Italia (Feltrinelli, 1993), Besame mucho (Feltrinelli, 1995), Bella ciao (Feltrinelli, 1996), Patria. 1978-2008 (il Saggiatore, 2009), Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze (il Saggiatore, 2010), il romanzo Zita (il Saggiatore, 2011), Il vile agguato (Feltrinelli, 2012), La felicità in America (Feltrinelli, 2013), Indagine sul ventennio (Feltrinelli, 2014), Patria. 1967-1977 (Feltrinelli, 2017), La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli, 2019). Dal 2012 risiede a San Francisco.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>