Come tutti i testimoni indiretti delle azioni umane i visitatori reagiscono in modi diversi alle esposizioni dedicate agli orrori perpetrati nel passato.
Nel 1993 fu inaugurato a Washington il Museo dell´Olocausto, seguito nel 2001 dal Museo dell´Apartheid di Johannesburg e dal Museo ebraico di Berlino. Benché nessuno sollevi dubbi sulla necessità di istituzioni simili per confrontarci con un passato tuttora vivo nella memoria di molti, tutti e tre i musei, sia negli aspetti che li accomunano che nelle rispettive specificità, sono fatti oggetto di critica. Noi visitatori siamo spettatori a distanza di tempo e di spazio, secondo un processo denominato prospettiva.
Al fine di analizzare queste critiche credo si debba innanzitutto tenere in considerazione come il termine "olocausto" abbia perduto il suo significato originale, discostandosi ormai dalla definizione del dizionario: genocidio intenzionale. Oggi qualunque genere di massacro tra opposte fazioni o nazioni viene riferito come olocausto, anche quando la violenza è tesa a sopraffare gli altri, non a cancellarli dalla faccia della terra.
Sorge a questo punto il dubbio che i limiti posti dalla vecchia definizione siano corretti, ne sono esempio dimostrabile le differenze tra i tre musei. Il museo di Washington illustra un olocausto, l´intenzione di uccidere tutti gli ebrei in Germania e nei paesi da essa occupati.
I musei di Berlino e Johannesburg condividono un doppio obiettivo correlato, ma diverso: il Museo Ebraico narra la storia politica e culturale degli ebrei in Germania prima che i nazisti scatenassero la campagna di sterminio, nonché l´esperienza di quel tempo. Il Museo dell´Apartheid ricrea il background pre-coloniale, il periodo dei primi insediamenti bianchi, l´effetto sugli africani dello sfruttamento, dell´industrializzazione, della perdita delle terre e si focalizza sull´assoggettamento politico della popolazione nera e sulle sue lotte per ottenere infine la libertà.
Il significato attuale di "olocausto" non si estende forse a ogni tentativo, con qualsivoglia mezzo condotto, di soffocare il diritto di un popolo a vivere libero da discriminazione e oppressione?

Una critica spesso rivolta al museo americano è di non inglobare l´esperienza di tutte le vittime dell´olocausto, sei milioni di ebrei, cinque milioni di attivisti antinazisti, omosessuali, zingari, ed altri. A tale obiezione si controbatte che l´olocausto confessato dai nazisti rappresentava il culmine di un unico processo di persecuzione in atto contro gli ebrei da duemila anni. L´odore delle scarpe delle vittime dei forni, reliquie del museo, tuttora percettibile, ci dona forse un´indistinta, sinistra consapevolezza di quello che significa genocidio.
Per me l´aspetto più impressionante del museo ebraico di Berlino è dato dall´impatto dell´architettura di Daniel Liebeskind, una sorta di pugno nello stomaco. (Non mi sorprende che New York abbia scelto il suo progetto per l´area del World trade center). L´edificio che ospita il museo è un oltraggio in sé, l´oltraggio del tormento, della reclusione, la persecuzione dei muri, materiale e ideologica.
Per diciotto mesi dall´inaugurazione il museo ebraico venne lasciato vuoto. Alcuni sostengono che avrebbe dovuto restare così, un enunciato. L´ho visitato dopo che era stato riempito di opere che si sforzano di ricreare la vita, la cultura e le convinzioni degli ebrei tedeschi dal medioevo in poi, e anche più indietro nel tempo. I critici hanno avuto la mano pesante: il museo crea "un´estetica da Disney World", è "un gigantesco malinteso... un fallimento... semplicistico".
Si può tuttavia dimostrare l´onestà dell´esposizione nell´approccio alla scomoda realtà di fatto rappresentata dai tentativi di integrazione da parte degli ebrei tedeschi nel diciannovesimo secolo e agli inizi del ventesimo, nonché relativamente ai ragguardevoli contributi offerti alla vita culturale tedesca, che subirono un´emorragia sotto la persecuzione nazista, soprattutto a vantaggio degli Stati Uniti.
Vi sono esposti l´albero di natale ebreo tedesco e la bacinella d´argento e la brocca di cui si era provvista una famiglia molto in vista che tentò disperatamente di premunirsi contro il destino incombente facendo battezzare cristiani alcuni dei figli, mentre gli altri restarono ebrei.
I documenti e le fotografie dell´olocausto in mostra a Berlino sono in qualche modo più personali rispetto alle prove conservate nel museo di Washington. Alcuni critici suggeriscono che la testimonianza resa dai defunti dovrebbe essere completata da un resoconto della vita degli ebrei tedeschi ai tempi della diaspora. A quanto sembra un ampliamento del genere è già in programma.
All´origine del Museo dell´Apartheid di Johannesburg c´è un appalto per un casinò. Fu stabilito che la licenza sarebbe stata assegnata a condizione che il complesso dedicato al divertimento inglobasse un progetto di "responsabilità sociale". Il fatto che il museo sorga nella stessa area che ospita un gigantesco ottovolante offende la sensibilità di chi, come me, trova tutto questo lesivo della dignità della lotta per la libertà del Sud Africa, ma la realtà è che noi, il governo di maggioranza dell´African national congress e i movimenti politici cui facciamo capo, pur avendone sempre parlato non siamo mai riusciti a realizzare un museo dell´Apartheid.
Volte le spalle al casinò, l´edificio che ospita il museo, opera di architetti sudafricani, produce un impatto simile all´architettura di Libeskind, e richiama in effetti il nazismo e l´apartheid, accoppiando a ragione due forme di pesante razzismo.
All´ingresso si acquista un tesserino di plastica che, se sei bianco, certifica che sei nero e, se sei nero, ti etichetta come bianco. Si entra poi in due spazi adiacenti separati, in cui il nero sperimenta i privilegi dell´essere bianco e il bianco la discriminazione dell´essere nero.
Il percorso all´interno del museo è tutto basato su questa evidente tematica, con la documentazione, il vocabolario della discriminazione in tutta la sua crudezza e crudeltà. L´enfasi finale però è posta sulla resistenza, i movimenti di liberazione e i loro eroi.
Infuriano le critiche su chi e che cosa non vi trova posto. Alcuni hanno l´impressione che l´esposizione si concentri sul ruolo avuto dal National african congress nella liberazione benché esistesse un´alleanza tra Anc e il South african indian congress e il South african communist party. I liberali bianchi lamentano di essere ignorati, il Pan african congress giudica che il proprio ruolo nella liberazione venga sottovalutato. Un videoclip elenca volti e nomi, azioni, scomparsi, decessi.
Quale l´intento di un museo simile? È comunemente accettato che il confronto con la colossale inumanità del passato ci porterà a non essere mai più parte in causa di ciò di cui siamo testimoni. Non accadrà mai più.
Ma mentre ci confrontiamo con il passato, in certi luoghi del nostro mondo globalizzato la colossale inumanità si è ripresentata e si ripresenta: dalle pulizie etniche in Bosnia al genocidio tribale in Ruanda, alla devastazione di vite nel conflitto tra cristiani e musulmani in Costa d´Avorio, alla distruzione di vite palestinesi da parte di Israele e di vite israeliane per mano di terroristi suicidi palestinesi.
Nel 1995 lo scrittore Philip Gouratvich raccolse questo commento di un visitatore del Museo dell´Olocausto di Washington: "Siamo al corrente delle atrocità che accadono nel mondo in questo preciso istante, e che cosa facciamo? Ce ne stiamo seduti in un museo".
E lì siamo ancora, otto anni dopo.

Traduzione di Emilia Benghi

Nadine Gordimer

Nadine Gordimer

Nadine Gordimer (1923-2014), nata nel Transvaal, in Sudafrica, premio Nobel per la letteratura nel 1991, ha pubblicato con Feltrinelli: Un mondo di stranieri (1961), Occasione d’amore (1984), Un ospite d’onore (1985), Qualcosa là fuori (1986), Una forza della natura (1987), Il mondo tardoborghese (1989), Vivere nell’interregno (1990), Luglio (1991), Storia di mio figlio (1991), La figlia di Burger (1992), Il salto (1992), Nessuno al mio fianco (1994), Scrivere ed essere. Lezioni di poetica (1996), Un’arma in casa (1998), Vivere nella speranza e nella storia. Note dal nostro secolo (1999), L’aggancio (2002), Sveglia! (2006), Beethoven era per un sedicesimo nero (2008), Il conservatore (2009), Ora o mai più (2012), Racconti di una vita (2014), Tempi da raccontare. Scrivere e vivere (2014) oltre ad alcuni racconti nella collana digitale Zoom; ha inoltre curato la raccolta Storie (2005). Le è stato conferito il Premio internazionale Primo Levi nel 2002. Nel 2007 ha vinto il premio Grinzane per la letteratura. È stata inoltre insignita della Legione d’onore.

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