La pace ricomincia dal Mar Rosso? Fare una domanda simile, dopo tre anni di sangue, in fondo sembra già un piccolo progresso: nessuno sei mesi fa avrebbe osato porla. I due vertici in due giorni che George W. Bush presiede oggi e domani tra Egitto e Giordania rianimano la speranza in una soluzione politica, negoziata, pacifica, dei numerosi conflitti e problemi della regione. Ma sul doppio summit di Sharm el Sheikh e Aqaba pesano molti dubbi: circa la capacità di israeliani e palestinesi di riallacciare il dialogo, la possibilità che i paesi arabi introducano autentiche riforme, la volontà degli Stati Uniti di impegnarsi per la pace quanto si sono impegnati per la guerra. Non è chiaro dunque se la stazione balneare del Sinai e il porto reso celebre da Lawrence d´Arabia diventeranno l´ultima spiaggia di una diplomazia internazionale divisa su quasi tutto in questo inizio di secolo, o la prima pietra di un nuovo ordine mediorientale.
Come minimo, il viaggio di questa settimana sul Mar Rosso segna il ritorno della Casa Bianca al tavolo delle trattative, nel ruolo di mediatore e persuasore. Vi mancava dal summit di Sharm el Sheikh dell´ottobre 2000, quando Bill Clinton convocò nel Sinai l´israeliano Barak e il palestinese Arafat per provare a fermare sul nascere l´Intifada e rimediare al fallimento di tre mesi prima a Camp David. Fallì di nuovo, il presidente americano; convincendo il suo successore repubblicano che era inutile gettare il proprio prestigio personale in un´impresa così complicata. L´altra novità della due giorni di Sharm e Aqaba è l´assenza di Arafat: forse per la prima volta messo in disparte a un grande convegno sul Medio Oriente. Spiccano altre due assenze di rilievo (che al summit di Sharm dell´ottobre 2000 invece c´erano): l´Unione europea e l´Onu. Uno strascico della spaccatura nella comunità internazionale provocata dalla guerra in Iraq.
A Sharm, Bush si ritrova con i leader arabi moderati: l´egiziano Mubarak, padrone di casa, re Abdallah di Giordania, il principe Abdullah reggente dell´Arabia Saudita, Al Khalifa emiro del Bahrein e Abu Mazen, primo ministro palestinese. Quattro i temi in agenda: 1) lotta al terrorismo; 2) ricostruzione dell´Iraq; 3) riforme nel mondo arabo; 4) sostegno alla road map, il piano di pace internazionale per un accordo tra Israele e Autorità palestinese. Gli arabi presenteranno un comunicato in dodici punti, i cui principali sono: preoccupazione per il vuoto di potere e il caos in Iraq (con richiesta agli Usa di accelerare il ritiro delle truppe); e monito a Washington affinché non ceda alle obiezioni alla road map avanzate da Sharon.
Ad Aqaba, ospiti di re Abdallah di Giordania, Bush, Sharon e Abu Mazen cercheranno di iniziare il cammino lungo la "mappa" della pace. Sharon prometterà di smantellare una decina di mini-colonie illegali (gli avamposti eretti negli ultimi due anni), forse Abu Mazen porterà la notizia di una tregua proclamata da Hamas. Ma non ci sarà una dichiarazione congiunta, con reciproco riconoscimento fra le due parti, come voleva Bush. Solo col tempo, insomma, si capirà se il doppio summit sul mar Rosso è stato "l´ultima spiaggia" o "la prima pietra".
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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