"Cool Britannia". L’etichetta è del 1997: mentre in Gran Bretagna tornava al potere un governo laburista, guidato da un giovane primo ministro di nome Tony Blair, Londra veniva celebrata dai media di mezzo mondo come la città più alla moda del pianeta, dove tutto, l’arte e la musica, la vita notturna e la politica, sembrava offrire un messaggio rinfrescante, anti-convenzionale, pieno di speranza. In una parola, "cool": il termine che nel linguaggio comune rimpiazzava il vecchio "hot", usato per descrivere il fenomeno del momento e attribuito in quei giorni con entusiasmo al New Labour, al "Blairismo", al Regno Unito. Da allora sono trascorsi sei anni, e su Londra tira un’altra aria. Un settimanale americano, Newsweek, lo stesso che nel ‘97 mise "Cool Britannia" in copertina, ne ha pubblicata una sul «tramonto di Tony Blair». Ieri l’inserto a colori del Guardian è andato oltre, proclamando la «fine del cool»: che cosa è successo, si domanda il quotidiano portabandiera della sinistra, al sogno di Blair di una Gran Bretagna più moderna e seducente? La risposta dell’impietoso servizio di copertina è che oggi il paese non sembra più tanto cool, o addirittura non lo è mai stato, non avendo mantenuto le speranze di cambiamento suscitate sei anni or sono da una svolta politica e generazionale. è stato semplicemente, sostiene il Guardian, uno spin colossale, la prima di una serie di manipolazioni vendute abilmente ai media e all’opinione pubblica dagli strateghi dell’immagine del premier laburista. Tesi radicale, forse troppo, anche se gli argomenti che cita non appaiono del tutto privi di rilievo. è vero che Tony Blair ha portato il Labour a due squillanti vittorie elettorali consecutive, ma ci è riuscito spostando il partito su posizioni in molti casi condivisibili dall’opposizione conservatrice: cosicché il «sogno di un grande cambiamento», annunciato dal premier nel ‘97, lascia un po’ di amaro in bocca. è vero che l’economia britannica continua a correre a un ritmo invidiabile dal resto d’Europa, ma si allarga anche la diseguaglianza tra ricchi e poveri. è vero che l’arte, la musica, il lifestyle inglese, rimangono un punto di riferimento e che Londra resta una scintillante capitale: ma l’avanguardia artistica che sfondava in ogni campo nel ‘97, incassato il successo, si è un po' imborghesita («è diventata una cloaca di commercialismo», estremizza il Guardian); e la magnifica Londra, tra tasse anti congestione automobilistica, incidenti sulla metropolitana, stupri commessi da calciatori nei migliori alberghi, mostra qualche ruga. D’altra parte, se il primo ministro non ha fatto la rivoluzione, qualcosa ha cambiato: dalla pace quasi fatta in Irlanda del nord, alla caccia alla volpe fuorilegge, alla fine dell’ereditarietà per la Camera dei Lord, per citare pochi esempi. Quanto a Londra e alla cool Britannia, non è che non siano più di moda. è che rispetto al ‘97 non costituiscono più una novità. I media, viceversa, hanno sempre bisogno di nuove mode: sennò che mode sarebbero? Il malessere di cui parlano i giornali, tuttavia, ha almeno due motivazioni più concrete. La principale è la guerra in Iraq: non poteva esserci niente di meno cool, scrive con crudele ironia il Guardian, di un primo ministro laburista che si allea con la destra neo conservatrice di Bush contro l’Onu e tutto il resto del mondo. La scelta di Blair sul conflitto iracheno, giusta o sbagliata che fosse, ha lasciato una cicatrice ancora incurabile nella sinistra britannica, come testimonia l’eccessiva ingratitudine dell’attacco del Guardian. L’altro motivo di stanchezza è lo spin, l’arte della manipolazione mediatica: sarebbe ingenuo pensare che la politica possa tornare al passato, ma la gente sembra desiderare un pizzico di glasnost, di spontaneità, di sincerità in più. Per il resto, probabilmente si tratta soltanto di avere pazienza e aspettare: prima o poi, i media riscopriranno Londra e la dichiareranno di nuovo cool, o comunque decidano di chiamare in futuro qualcuno e qualcosa che fa tendenza.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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