Parole di cordoglio per la strage di carabinieri italiani, ma anche un rinnovato impegno a continuare lo sforzo militare in Iraq. «Ammetto che la situazione è tremendamente difficile», dice Tony Blair alla camera dei Comuni, dopo avere espresso le condoglianze al governo e al popolo italiano, «ma ritirare adesso le nostre truppe sarebbe il peggiore degli errori». Al contrario, afferma il primo ministro britannico, questo è il momento di «portare a termine il lavoro compiuto». Eppure il leader laburista fa sempre più fatica a difendere le sue scelte rispetto alla guerra. L' attentato di Nassirya coincide con le polemiche per i preparativi della visita di stato di George W. Bush a Londra la settimana prossima, in occasione della quale i movimenti pacifisti inglesi sperano di portare in strada 100 mila manifestanti; e con l' allarme lanciato da Scotland Yard, secondo cui al Qaeda potrebbe mescolarsi ai dimostranti per organizzare un attacco terroristico contro il presidente americano. «E' innegabile che, senza Saddam, gli iracheni sono più liberi», dice Blair. Ma sette mesi dopo la conquista di Bagdad, la Gran Bretagna si sente più insicura di prima. Del resto, un vago dissenso rispetto all' amministrazione Bush comincia ad avvertirsi anche all' interno del governo. Ieri il ministro degli Esteri Straw ha dichiarato l' intenzione di «restituire il potere agli iracheni il più presto possibile», ipotizzando che ciò potrebbe avvenire «molto più velocemente del previsto». Straw ammette che le truppe angloamericane devono garantire la sicurezza in Iraq, ma accenna al fatto che questo potrebbe svolgersi «in modo un po' diverso». Insomma, mentre Blair, almeno ufficialmente, rifiuta ogni idea di ritiro, dentro al governo e al Labour circolano come minimo proposte per un ridimensionamento. Né sembra una coincidenza la frecciata indirizzata da Straw a Washington sull' Iran, quando ha detto che il rapporto dell' Onu sulle presunte intenzioni di Teheran di costruire un' arma atomica contiene anche «segnali positivi sulla volontà di cooperazione iraniana»: posizione diversa da quella assai più rigida di Washington. Lo stesso Blair critica implicitamente la Casa Bianca, augurandosi nel discorso ai Comuni che i cittadini britannici tenuti prigionieri per terrorismo nella base Usa di Guantanamo siano «presto sottoposti a regolare processo, se li si può incriminare di un reato, o rimandati a casa, se ciò non è possibile». La prolungata detenzione senza processo è uno dei temi che complicheranno la visita di Bush a Londra, dal 18 al 21 novembre. Il Times scrive in prima pagina che Scotland Yard non teme tanto «le uova marce dei pacifisti, quanto un' azione ben più pericolosa di al Qaeda», che potrebbe usare le proteste come una copertura per lanciare un attacco contro il presidente americano. Il servizio segreto Usa vorrebbe perciò portare a Londra 250 agenti armati e imporre la chiusura di vaste zone della capitale. Le autorità locali mirano invece a ridurre le dimensioni della scorta del presidente e ad evitare di chiudere Londra al traffico per tre giorni. Tuttavia Scotland Yard indica che la minaccia di un attacco di al Qaeda «è reale», proprio mentre un rapporto avverte che Londra è oggi la città al mondo più esposta al rischio di un mega attentato terroristico.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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