Appuntamento domani in America. La prossima fermata della «pace possibile» in Medio Oriente - presentata lunedì nell’«Iniziativa di Ginevra» - sarà Washington, dove i due autori dell’intesa, l’israeliano Yossi Beilin e il palestinese Yasser Abed Rabbo, saranno ricevuti dal segretario di Stato Colin Powell. Ieri è arrivato anche il via libera della Casa bianca. E la conferma di Powell dal Marocco (dove è in visita): «Più parliamo di pace e meglio è». Una tappa importante, il viaggio negli Stati Uniti, in un cammino che alla fine, però, perché sia efficace, deve tornare in Terrasanta, dice al Corriere lo scrittore israeliano Amos Oz: «Ginevra, Washington, Bruxelles sono stazioni lungo la strada per persuadere Gerusalemme, Nablus, Tel Aviv, Gaza». «È un’ottima cosa che sempre più gente nel mondo sostenga questa iniziativa - continua Oz -, ma alla fine noi abbiamo bisogno di persuadere l’opinione pubblica palestinese e israeliana». Rientrato nello Stato ebraico dopo la trasferta svizzera, Amos Oz - che è stato uno degli autori di questo accordo tra «colombe» - ripensa alla giornata di lunedì a Ginevra, ai discorsi pronunciati dagli oratori dell’una e dell’altra parte. E ha delle critiche da muovere a entrambi gli schieramenti. A partire da quello palestinese. Che cosa non l’ha convinta nel comportamento dei delegati arabi in Svizzera? «Noi israeliani e palestinesi siamo riusciti a trovare un accordo su molti punti: Gerusalemme, il futuro degli insediamenti, i luoghi santi... Ma non siamo mai stati d’accordo sul modo in cui è raccontato questo conflitto. A Ginevra questa settimana i palestinesi hanno presentato il loro racconto, in un modo che ignora completamente il racconto israeliano». Dunque, secondo lei, in Svizzera non tutto è andato per il meglio... «La mia critica è che a Ginevra l’agenda è stata quasi completamente dirottata dal racconto palestinese. E se da un lato capisco perché la delegazione palestinese e gli oratori hanno avuto il bisogno di dire a tutti dell’occupazione, dell’umiliazione, della loro sofferenza, dall’altro non capisco perché neanche un oratore ha potuto menzionare il fatto che da diversi anni ormai gli israeliani vivono sotto attacco, minacciati dal terrorismo e da aggressioni quotidiane alla lora esistenza. Sotto quest’aspetto ho visto che la conferenza - sebbene molto utile e molto importante - non è stata abbastanza equilibrata». Che cosa pensa, invece, dei discorsi pronunciati dai delegati israeliani? «Ho delle critiche da muovere anche a loro. Gli oratori israeliani sono stati troppo delicati e gentili. Hanno avuto troppo tatto. Si sono trattenuti dal fare commenti su questa presentazione parziale della storia del conflitto». Non crede che la retorica e gli argomenti dei delegati palestinesi siano dettati anche dalla loro necessità di contenere le contestazioni, molto forti, e in certi casi anche violente, di cui sono oggetto nei Territori per aver concluso questo accordo? «Naturalmente, non li critico per aver presentato questa versione dei fatti. Li critico per aver presentato questo racconto soltanto, senza dare nessuna voce all’altro lato della storia. Ma sono critico anche con gli oratori israeliani, che sono oggetto di altrettanti risentimenti e pressioni e minacce». Come è possibile superare questo disaccordo tra le due visioni della storia? Quale può essere il prossimo passo? «Il prossimo passo è capire che ci sono due racconti su come il conflitto è iniziato, su quale è la parte colpevole, e sulla sofferenza di entrambe le parti. Noi israeliani e palestinesi siamo condannati a vivere con due diverse versioni della storia per molto tempo. Non dobbiamo metterci d’accordo su chi abbia più colpa, su chi soffra di più, su chi abbia cominciato tutto. Non è necessario trovare un’intesa sul passato. Dobbiamo solo metterci d’accordo sul presente e sul futuro».
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>