"Non si placano le accuse sul caso Deaglio", aprono così i telegiornali della sera del 7 gennaio. La situazione è clamorosamente nota e drammaticamente chiara: benché non vi siano leggi che limitino la libertà in Italia, essa viene ristretta a colpi di forza (Berlusconi è padrone) a colpi di illegalità (Berlusconi controlla, da proprietario privato, la concorrente televisione pubblica) e a colpi di intimidazione. Per esempio, stabilire che un programma debba essere verificato e auscultato bene bene mentre entra in Rai, come i presunti terroristi vengono passati al vaglio della polizia, della dogana e degli adeguati strumenti elettronici mentre tentano di varcare una frontiera.
Ecco quel che è accaduto. Con scrupolo, tenacia e fedeltà, il generale Cattaneo, proconsole della Rai occupata, appende un po' dovunque il cartello che si vede sulle mura di zone militari, strategiche o "sensibili": "Passaggio invalicabile".
Enrico Deaglio ha lavorato in questa simpatica atmosfera per mettere insieme la prima puntata de "L'Elmo di Scipio". Ha messo a confronto le frasi di Berlusconi sul fascismo con le voci degli antifascisti offesi, con i partigiani che hanno combattuto per la libertà e che ricordano i loro (i nostri) morti. Ha ascoltato la voce di un ex confinato che si ostina a sopravvivere e può ancora testimoniare sulle "vacanze" a cui ha allegramente accennato Berlusconi, tra una canzone di Apicella e un'occhiata ai tabulati di Mediaset che, da quando lui governa, sono perennemente in crescita (questione di influenza, s'intende, di aria che tira, nient'altro). Naturale che venisse in mente a Deaglio di andare, subito dopo, a visitare coloro che accudiscono la tomba del duce, che ne espongono il busto negli uffici comunali. E' lo schema che un giornalista americano avrebbe seguito al tempo dei Diritti Civili: prima immagini della schiavitù, poi le lotte per la libertà. Seguono le storie di chi la irride. Infine le tane e i riti del Ku Klux Klan. Però non ci siamo.
"Tutte brave e simpatiche persone", scrive implacabile il critico televisivo Sebastiano Messina nella sua rubrica dedicata alla Tv (La Repubblica, 6 gennaio). "Ma ci sarebbe piaciuto ascoltare cosa pensano della libertà quelli che sostengono Berlusconi, e che evidentemente hanno di questa parola una concezione molto diversa". Strana affermazione, per Messina,che è anche l'autore spiritoso di brevi e divertenti rubriche sul suo giornale. Bastava, in questi giorni, ascoltare, parola per parola, ciò che ha avuto da dire il generale Cattaneo, ciò che aveva già detto a quelli di Raiot: su Berlusconi non si può scherzare o dire male. Punto e basta.
E' vero, Messina si era dichiarato insoddisfatto anche di Raiot. Anche allora aveva colto di sorpresa i lettori del suo giornale. Sembrava (e qui, come ho detto, è in contrasto con se stesso e le sue rubriche) uno che non ha mai ascoltato l'incredibile satira-comizio realizzata ogni giorno e ogni ora dal duo Bondi-Cicchitto, dalla premiata compagnia Nanìa-Gasparri, uno che non ha mai assistito alle "inaugurazioni" di Storace sulla soglia di vecchi ospedali. Uno che non ha ascoltato Berlusconi quando dice di sé, mentre tutta Europa tira pomodori alla scena penosa della presidenza italiana: "Sono stato un trionfo". E lo dice davvero, e tutte le Tv lo trasmettono, e tutti i giornali lo pubblicano. E ai poveri inviati di "Reporters sans Frontieres" del nostro Paese non resta che dire: "Notevole, in Europa, il caso Italia: manca del tutto la libertà del pluralismo informativo".
Okay, mettiamo che la prima puntata de "L'Elmo di Scipio" non sia stata irresistibile come Panariello e che non abbia tenuto col cuore in gola come "L'Isola dei Famosi" o "Passaparola". Mettiamo che non sia stata ricca di spunti della nuova cultura berlusconiana e del nuovo senso che ha la parola "libertà" in Italia, oggi, come una puntata di "Porta a Porta" o una pacata presentazione della storia contemporanea da parte del conduttore di Excalibur. Ma, caro Messina, è quello che ci resta della libertà. O così o niente. E infatti il proconsole di Berlusconi e rappresentante del governo provvisorio della Rai occupata, ci sta dicendo "Niente".
Enrico Deaglio

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio, nato a Torino nel 1947, giornalista, conduttore televisivo e scrittore, ha diretto i quotidiani “Lotta Continua” e “Reporter”, e il settimanale “Diario”. Tra le sue opere: Cinque storie quasi vere (Sellerio, 1989), La banalità del bene (Feltrinelli, 1991), Il figlio della professoressa Colomba (Sellerio, 1992), Raccolto rosso. La mafia, l’Italia (Feltrinelli, 1993), Besame mucho (Feltrinelli, 1995), Bella ciao (Feltrinelli, 1996), Patria. 1978-2008 (il Saggiatore, 2009), Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze (il Saggiatore, 2010), il romanzo Zita (il Saggiatore, 2011), Il vile agguato (Feltrinelli, 2012), La felicità in America (Feltrinelli, 2013), Indagine sul ventennio (Feltrinelli, 2014), Patria. 1967-1977 (Feltrinelli, 2017), La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli, 2019). Dal 2012 risiede a San Francisco.

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