La scuola, così com’è concepita da un secolo, così come sarà concepita ancora più nettamente dalla Grande Riforma, riguarda – nel senso che ha più o meno sufficiente utilità e più o meno sufficiente sopportabilità – la borghesia nelle sue varie sfaccettature. Detta così, in Italia, si sa, la borghesia copre l’ottanta, il novanta per cento della popolazione. Che frequenta la scuola, bene o male, fino alla fine, con l’obbedienza che si ha verso la parola "obbligo". Quindi quasi tutti. Ma, appunto, quasi. Perché c’è un altro mondo: quello dei quartieri degradati, della povertà seria, dei ragazzi difficili; e qui almeno non ci può essere il minimo dubbio: la scuola ha fallito, fallisce da sempre.
Nel 1997, un gruppo che si definisce "maestri di strada" riesce a mettere in piedi un progetto, nelle zone più problematiche di Napoli. Lo fa con l’appoggio del Comune guidato da Bassolino. Si scelgono tre luoghi della città – i Quartieri Spagnoli con il coordinamento di Marco Rossi Doria, la zona Barra-San Giovanni con Cesare Moreno, Soccavo con Angela Villani. Il progetto si chiama Chance. L’obiettivo: affrontare il fenomeno della dispersione scolastica, uno dei grandi problemi della scuola contemporanea – non solo italiana. "Tutti i dati portano a ritenere che i drop-out della scuola presto o tardi diventano anche esclusi sociali, che a loro volta contribuiscono al degrado della vita civile delle comunità. Gli studi delle Nazioni Unite, inoltre, stabiliscono una relazione diretta tra una mancata formazione e la candidatura alla povertà e all’emarginazione precoce." Così recita ora uno dei quattro volumi pubblicati in occasione del convegno sul progetto che si è tenuto nello scorso dicembre. Porre rimedio a tutto ciò vuol dire individuare due problemi di particolare acutezza nell’età della prima adolescenza, cioè tra i tredici e i quindici anni: ragazzi che non sono contenibili nelle scuole medie, e ragazzi che hanno rifiutato la scuola media in toto e se ne sono andati. Vuol dire fare un’offerta di patto educativo con le famiglie, con la scuola e con i ragazzi, guardandoli in faccia e proponendogli una via d’uscita. Questo è lo spirito del progetto. Marco Rossi Doria dice: "I docenti che lo attuano devono avere le seguenti caratteristiche: orario flessibile; competenze seconde, terze e quarte: cioè, devono essere insegnanti di matematica che sanno fare sport o parlare di pittura o modellare la creta e parlare in dialetto e amare il territorio dove lavorano; e usare tutto ciò con professionalità, cioè saper usare queste competenze." Lo stesso Rossi Doria, nella sua esperienza, ha come atto fondamentale la sostituzione del fare al dire ; l’avere un rapporto fisico e attivo, basato sull’azione, con i suoi allievi, in sostituzione di quella faticosissima e inutile posizione d’ascolto che uno studente modello della scuola italiana, così come è concepita, deve tenere dalla prima elementare fino alla seduta (ecco: "seduta"!) di laurea.
Ognuno di questi ragazzi ha una storia che riempirebbe puntate intere di molti dei programmi televisivi di informazione spettacolare, di quelli con le telecamere piantate addosso. C’è anche uno dei quattro volumi che raccoglie le testimonianze dei ragazzi. Si chiama "Non smettete proprio mai" e racconta con il linguaggio semplice l’esperienza dei ragazzi, come sono riusciti ad arrivare in fondo e come sono riusciti a lavorare in un negozio di abiti da sposa o altro. C’è chi che scopre che le mani non servono solo per picchiare, c’è chi riesce a scrivere al padre la lettera che non avrebbe mai saputo scrivere. Ma l’accortezza di non confondere il folklore con la sostanza delle vite private di questi ragazzi è uno dei motivi per cui il lavoro di questo gruppo è silenzioso e tutto pratico, con quell’ammirevole testardaggine di farlo apparire normale, semplice, scientifico. Mentre è uno dei grandi eventi dell’Italia di questi anni. È uno dei pochissimi progetti che non servono soltanto al presente, ma che si propongono di costruire un futuro serio, una cosa che uno Stato dovrebbe avere come proposito istituzionale ma che nella sostanza poi ha a che fare sempre con un gruppo sparuto di persone che si organizzano autonomamente, che devono convincere gli altri con pochi mezzi, che vengono guardati con sospetto e che rinunciano alla quasi totalità della propria vita privata perché debbono mettersi a totale disposizione del percorso. Quel mondo poco visibile e quasi sotterraneo che opera nella pratica: Rossi Doria, nel suo libro Di mestiere faccio il maestro (l’ancora del mediterraneo), si fa questa domanda contenendo l risposta: "Perché ho voluto subito decidere, senza alcun dubbio, con severa coerenza, che per fare bene in un mondo ingiusto non serve quasi più la politica, a cui pure mi ero appassionato senza freni, e che, invece, ci vuole una sorta di testimonianza etica, perseverante ma costituita dalle azioni pratiche di un mestiere, quotidiane, minute, ripetute?"
Bisognerebbe vederli, questi "docenti", parlare con durezza o dolcezza alle madri dei ragazzi che fuori dai bassi chiedono o supplicano o fanno finta di apprezzare; oppure discutono su come far tornare il figlio in questa scuola speciale, visto che è qualche giorno che non si fa vedere ("nun è cattivo - dice una - si o’ sanno piglià"). E poi a scuola salutare, sfottere, lamentarsi, scontrarsi, ridere o incazzarsi con i ragazzi. Prendere un cazzotto per gioco, ridarlo, e saper tenere con una sorta di equilibrio magico sulla bilancia, la complicità e il rispetto.
Oggi, nel 2004, si possono fare due cose: tirare un po’ le somme di quel progetto dei "maestri di strada", comprendere se è riuscito a oltrepassare i confini della sperimentazione cittadina. Allora: "siamo all’85% di successi al primo anno, che vuol dire risultati eccezionali", dice Cesare Moreno. Poi, negli anni successivi la percentuale, è ovvio, si abbassa. Di molto, a volte, perché finora il progetto ha vissuto in modo accidentato. Ma ormai molti di questi ragazzi sono giunti in fondo, hanno preso il titolo professionale e ora sono alle prese con il problema principale di Napoli, per chiunque: il lavoro e la difficoltà di procurarselo. Ma i coordinatori non si sono fermati al progetto: hanno cercato strade lavorative anche al nord, nord-est, con una serie di operazioni oltre Chance.
E soprattutto: oggi il progetto è ancora limitato ai tre moduli napoletani, ma è sul punto di diventare, finalmente, ampio e cominciare a penetrare l’intero territorio italiano. Si parte dalla Campania, a testimonianza dell’allargamento ordinato del nucleo centrale napoletano: è proprio di questi giorni la notizia che la Regione Campania finanzierà (con soldi del Ministero) 190 corsi su tutte e cinque le province campane, coordinati dal gruppo Chance, dalla fine della scuola media al termine degli studi. Quindi, per la prima volta, il progetto esce da Napoli – anche se in modo avventuroso. Infatti, il punto dolente riguarda i docenti. Chi saranno? Quali saranno abbastanza preparati? Per ora il criterio sarà del volontariato; si organizzeranno gli istituti. Ma in seguito, accadrà quel che già accade con i docenti del progetto: giovani neolaureati con quelle capacità relazionali già descritte. E in futuro, dei corsi per una preparazione mirata.
Ma c’è una cosa necessaria da dire, a cui Rossi Doria, Moreno e gli altri tengono molto fin dalla nascita del progetto e che adesso si sta rendendo palese: questa "non è la scuola dei turchi", dice Rossi Doria, questo è un problema di tutta Europa, di tutto il mondo civile. E’ incredibile, ed è un paradosso che andrebbe studiato con maggiore attenzione, che in tutti i paesi più industrializzati c’è una fetta che oscilla tra il quindici e il trenta per cento della nostra adolescenza che si autoesclude o viene buttata fuori da una formazione, e da un’educazione. E’ il problema delle nuove povertà, che costringe all’autoesclusione, alla mancanza di stima da parte di entrambe le figure genitoriali costrette all’incertezza economica, abitativa - realtà che esiste a Marsiglia, a Birmingham, in Germania, in Olanda, in Irlanda, e non solo nelle nostre metropoli del sud, e che si affianca alle deprivazioni più generali che riguardano tutte le nuove generazioni". E questa puntualizzazione ormai sta anch’essa per diventare storia concreta: il quartiere San Donato di Bologna, il quartiere Saval di Verona, e poi Milano, Roma, Torino, Bari, Corigliano Calabro e man mano altri, si stanno organizzando: invitano i coordinatori di Chance, presentano i progetti e cominciano a mettere in piedi la possibilità di dare una Chance diretta anche loro ai drop-out del proprio territorio.
Insomma, a guardare bene, in Italia c’è qualcosa di buono, di molto buono. Fa il percorso inverso, e cioè costringe le istituzioni ad accodarsi, ad accettare la bontà del lavoro. Un lavoro di cui si vedranno i frutti molto in là, nel futuro. Che è esattamente quel che dovrebbe accadere alla istituzione scolastica: fondare il miglioramento delle generazioni prossime, lontane. Una questione semplice e sostanziale che la storia della scuola italiana ha fatto diventare utopia.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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