La bella ragazza, ecco, finalmente appare, abbassando la testa per il dolore del sole improvviso negli occhi e io sono qui, immobile, e aspetto che si avvicini, aspetto il momento in cui incrocerò il suo sguardo, quando mi sorriderà e dirà ciao e io risponderò ciao, e tutti e due oltre a ciao vorremmo dire qualcosa che non diremo, da quel giorno di tanto tempo fa quando tutti e due sapevamo che l’altro sapeva e i miei amici mi spingevano e dicevano che cosa aspetti e io non sapevo che cosa aspettavo, ma aspettavo e aspetto e chissà che ora, stamattina, questa domenica mattina, in questa aria di primavera che toglie il fiato chissà che non prenda coraggio e la fermi, ora, mentre sono qui immobile sul marciapiedi del corso, davanti alla pasticceria, qui immobile ad aspettare quel che puntualmente avviene ogni volta, e cioè che la bella ragazza guarda allo specchio quanto è bella, poi scende in strada e comincia a camminare con quel passo che io so essere diverso dal passo di quando cammina per casa, quel passo di quando sa di essere sola, di non essere guardata, un passo che non vedrò mai e che posso solo immaginare che esista ma non potrò mai essere completamente sicuro che esiste per davvero, né lo sarà mai nessuno, perché poi la bella ragazza apre il portone e mette il piede in strada sapendo che tutti la guarderanno e così camminerà come ora sta camminando, con quel passo danzante e morbido della bella ragazza che fa finta di non sapere di essere la bella ragazza, o comunque fa finta di avere pudore e provare confusione e invece sa bene che ora, girato l’ultimo angolo, allagherà il corso in ogni spazio disponibile e sfiderà il sole, e tutti quelli che passeggiano per aspettare l’ora del pranzo si gireranno di scatto a guardarla perché questo passo morbido e danzante sta già rimbombando sul marciapiedi e fa tremare i palazzi e rimbomberà soprattutto nelle teste di tutti, e io sono qui, immobile, davanti alla pasticceria, con il mio cartoccio di pastarelle in una mano che adesso, solo adesso, sento pesare sul palmo e fino ai tendini che risalgono il braccio, la mano che suda al contatto con la carta, e mi giro intorno e non c’è nessun posto dove poggiare questo cartoccio, né potrò nasconderlo, lo terrò in mano con tutta la naturalezza che posso, ma so che ora non lo sopporto più di quanto non lo sopporti mai questo cartoccio bianco e profumato con un fiocchetto dorato in cima, con tutte le pastarelle messe in fila dentro, sempre le stesse e sempre nel solito numero, anche se ogni domenica mattina il pasticciere mi sorride si sfrega le mani e dice ‟allora cosa ci mettiamo”, come se ogni volta io ricominciassi a scegliere da capo, come se lui poi producesse delle ricette nuove e io potessi fare una selezione nuova, ma così fa lui, dice ‟allora cosa ci mettiamo” e mi sorride e aspetta, allora io per non deluderlo scorro lentamente la vetrina e porto le dita alle labbra e insomma anche se non lo dico sembra che dica ‟vediamo vediamo” e infine indico i babà e ne prendo cinque come ogni volta e ogni volta mi raccomando che non siano troppo bagnati di rum, e poi le sfogliatelle ricce, le frolle, la zuppetta, i bigné, e ogni volta indico il numero esatto, due, sei, cinque, tre, perché ormai una perfezione l’abbiamo raggiunta in questa tavolata domenicale di tutta la famiglia in cui alla fine si discute se prendere prima la frutta o i dolci, e ogni volta si decide a favore della frutta perché per i dolci bisogna aspettare, per i dolci bisogna sempre aspettare più tempo del necessario, senza una ragione, per una sorta di dispetto concordato da generazioni, le pastarelle si mangiano più tardi di quando si desidera mangiarle, il più tardi possibile, poi qualcuno finalmente apre il cartoccio e ognuno prende quella che preferisce, fa il bis, ne taglia metà, un quarto, chiede di assaggiarne un po’ dell’altra, dice che è buona o che non è buona e invece le pastarelle hanno sempre lo stesso sapore, come sempre uguali sono le preferenze, le spartizioni, i pasticcieri e il numero di pastarelle, ma ogni domenica sembra che sia la prima domenica, o la prima dopo un numero di domeniche in cui non è stata domenica, e invece ogni domenica è domenica e stiamo tutti lì a mangiare una quantità di cibo esagerato, a fare il bis, a mangiare mentre si parla e a parlare mentre si mangia, a fare cenno di sì con il capo se si ha la bocca troppo piena, ad aprire tovaglioli per non sporcare vestiti, a bere vino e acqua da bicchieri unti da labbra piene di sughi e briciole di fritti, a spostare indietro la sedia facendo rumori stridenti, a sospirare di soddisfazione, a sparecchiare e apparecchiare con piatti piccoli per la frutta o il dolce, a decidere se bisogna mangiare prima la frutta o prima il dolce, a decidere ogni volta a favore della frutta perché per i dolci bisogna aspettare, a guardare con avidità le mani che sciolgono il filo dorato intorno a questo cartoccio che ora ho in mano e che non so come nascondere alla vista della bella ragazza che intanto si avvicina e ha rialzato la testa perché anche il sole ha affievolito i suoi colpi quando ha visto che poteva rovinare la vista alla bella ragazza, lei si avvicina e io sono qui come ogni domenica ad aspettare il suo sorriso e il suo saluto, e come ogni domenica se pure guardo come è vestita, di che colore sono i suoi capelli, di che colore sono i suoi occhi, se pure guardo io non vedo, oppure vedo e non ricordo, perché la bella ragazza ha questa caratteristica, che non ricordi più niente quando l’hai guardata, e l’unica cosa che ricordi è che è bella, che è un pensiero sfocato e superficiale eppure è tutto quello che rimane della tua attenzione e della tua concentrazione, nient’altro, e così io non so dire e non ho mai saputo dire né saprò mai dire se i suoi capelli sono neri o rossi o biondi, so solo che prima erano lunghi e ora sono corti, questo lo so perché quando accadde si disse per tutta la città che la bella ragazza aveva tagliato i capelli, come per dire che aveva abdicato a essere la bella ragazza, e poi il giorno dopo apparve ed era sempre la bella ragazza, non si può nemmeno dire se più bella, o meno, perché nella bella ragazza non c’è quantità, misurabilità, e quelli che potevano capire e anche quelli che di solito non capivano, compresero che per continuare a essere la bella ragazza era naturalmente arrivato il momento di tagliare i capelli, e poi ora forse potrebbe avere il vestito di un colore, o i capelli di un colore, o gli occhi, ma io non lo so, so solo che si avvicina ancora di più, è abbastanza vicina e abbastanza lontana, so solo che questo vestito leggero di qualsiasi colore che ha addosso è un vestito che le disegna il corpo e così la bella ragazza avanza e mentre cerco di ricordare i colori già li ho dimenticati, sono solo qui come ogni domenica ad aspettare il suo sorriso e il suo saluto, e questo è quel che accade da quella sera quando io non c’ero e fecero un gioco in cui ognuno diceva la verità, e lei a chi le chiedeva con chi sarebbe fuggita via da questa città, rispose che sarebbe fuggita con me, così rispose, anche se non c’ero so con nitidezza i gesti il tono e la velocità della risposta, lo so dal racconto che mi fecero più volte i miei amici tutti intorno a me davanti al bar in una lunghissima notte d’estate, ricominciando e accavallando parole e gesti e giudizi e ti giuro, come se io non capissi o non volessi crederci, così, naturalmente, rispose che sarebbe fuggita via con me, anche se non mi conosceva, e quando le chiesero perché, lei rispose perché penso che io e lui non siamo come gli altri e penso che anche lui vuole andare via da qui, e quando quella notte i miei amici mi accerchiavano gesticolando e urlando come se scegliendo me avesse scelto tutti noi, quando mi abbracciavano per dire che ce l’avevamo fatto e che la bella ragazza adesso voleva uno di noi, e uno di noi ero io, io ero felice, più felice di quanto loro credessero, più felice di quanto mostrassi visto che continuavano a dire ma hai capito quello che stiamo dicendo, ma ti rendi conto o non ti rendi conto, più felice ancora di quanto avrebbero mai potuto capire in vita loro, perché pensavo due cose, e una delle due era che era vero che anche io volevo andare via da qui, e non lo dicevo mai ma lo pensavo sempre, da sempre, e la bella ragazza aveva capito quel che io sapevo, cioè che un giorno me ne sarei andato, e l’altra cosa, la seconda, era che la bella ragazza non era solo la bella ragazza, ma era di più, e io ero stato sempre convinto che la bella ragazza non fosse soltanto la bella ragazza, ma di più, e ora ne avevo avuto la prova, per questo ero così felice, perché pensavo che ora avrei potuto dirglielo prima o poi, presto, anche se ora secondo i miei amici avrei dovuto subito partire all’attacco perché la strada era spianata, non c’era tempo da perdere e dovevamo solo decidere, tutti insieme, quella notte, cosa avrei dovuto fare, e opinione unanime era che avrei dovuto chiamare stanotte, domani mattina al massimo, e chiederle di uscire, non dovevo fare nient’altro che quel che dovevo fare, e insomma fare presto, perché io dovevo prendere la strada più breve per arrivare finalmente al culmine di tutto questo, e il culmine non coincideva con il fatto che uno di noi si sarebbe fatto la bella ragazza, che pure era il desiderio più ambito da tutti, ma il culmine era dopo, quando dopo averla riaccompagnata a casa la notte sarei andato al bar e avrei parcheggiato la macchina, sarei sceso e tutti gli amici si sarebbero fatti intorno e avrebbero immediatamente capito che era successo, e mi avrebbero fatto sedere in mezzo e avrebbero ascoltato con attenzione e arrapamento il racconto di uno di loro che si era fatto la bella ragazza, la descrizione di lei nuda, di tutti i pezzi del suo corpo raccontati con minuzia e soprattutto di cosa gli piacesse fare, e quanto, e se godeva, quanto, come godeva, se urlava o sospirava o stringeva il labbro come alcuni scommettevano, questo i miei amici aspettavano e questo dovevo dargli, ma loro non sapevano che io alla bella ragazza avrei detto che lei per me non era solo la bella ragazza, era di più, e quel di più avrebbe eliminato ogni serata al bar a descrivere i suoi sospiri e le sue forme, non solo, ma sarei davvero scappato insieme a lei, presto, e ora che lei è ormai a un passo da me, ora che sono passati prima i giorni e poi le settimane i mesi e gli anni senza che io riuscissi davvero a dire quel che volevo dire perché le parole si bloccavano e si bloccano in gola, ora che la mia vita ormai se ne è andata da un’altra parte e le mie mani sudano per i cartocci gonfi di babà e sfogliatelle ricce e frolle, ora che i miei amici avrebbero dovuto dimenticare quel fatto e invece non lo dimenticano mai e se solo uno di loro fosse qui davanti ora che ormai lei sta per passare davanti a me, ora che sta alzando i suoi occhi per incrociarli con i miei, ora che sta per aprire il suo sorriso, se uno solo di loro mi vedesse ora continuerebbe a dire tu sei stato un fesso e non ho capito che ti è preso e non ho capito perché non l’hai chiamata e non te la sei fatta, ti rendi conto che potevi esserti fatto la bella ragazza potevi essere oggi uno che si era fatto la bella ragazza, ora che lei ha sorriso davvero e la sua bocca si sta aprendo per dire ciao, ora che questo ciao io lo sento docile e assordante allo stesso tempo, come se fosse un sussurro che non riuscisse ad arrivare al mio orecchio e come se lo urlassero cinquanta altoparlanti intorno, ora io le rispondo ciao nel modo in cui so farlo, cioè dicendo ciao e intanto comunicando quel che non sono ancora riuscito a dirle e che un giorno le dirò, che lei per me non è come per gli altri, lei per me non è solo la bella ragazza ma è molto di più, e da quel giorno io davvero penso che scapperemo insieme, e lo faremo, sono sicuro che lo faremo anche se la vita apparentemente mi ha portato da un’altra parte, anche se mangerò tra poco sughi oleosi e fritti di ogni tipo, anche se metterò tovaglioli per non sporcarmi, anche se aprirò cartocci per mangiare pastarelle a metà con altri, anche se la mia famiglia si allarga e si allunga come le tavolate che bisogna apparecchiare ogni domenica per contenerla, tutto questo non durerà, perché anche se metto tovaglioli io non metto tovaglioli, anche se mangio babà con poco rum, appena appena, a me dei babà non me ne importa niente, tutto questo finirà perché io sono come lei, sì, io andrò via con lei prendendole la mano e cominciando a correre via lontano dai confini di questa città, un giorno, sì, e quando ho detto il mio ciao con tutto questo senso lei riabbassa la testa e continua a camminare senza rallentare, mi passa accanto e quasi il suo vestito mi sfiora, sì, quasi il suo profumo mi dà svenimento, sì, quasi alzo gli occhi al cielo e butto via le pastarelle in aria e urlo tutta la mia verità, sì, ma quasi, quasi, e se non lo faccio ora è solo perché sono sicuro che un giorno lo farò, un giorno, sì, e ora che è appena passata e ora che io le ho comunicato con certezza la mia assoluta aderenza alla verità e alla complicità e a quel che faremo io e lei nella vita, dopo averle fatto capire che io non penso come gli altri che lei è soltanto la bella ragazza, dopo averle comunicato tutto questo all’interno di un solo ciao, ora che in fondo potrei sentirmi felice e forse commuovermi, sì, ora sento che sta per accadere qualcosa che non vorrei accadesse, sento che il mio corpo sta muovendosi in un modo strano contro ogni mia volontà e nonostante i miei sforzi per resistere con tutte le forze che questa primavera mi lascia avere, nonostante lotti sento il mio collo torcersi lentamente e le pupille muoversi dentro l’orbita attraversando l’occhio per raggiungere l’angolo opposto, e nonostante pensi quello che ho pensato, nonostante sia assolutamente sicuro di aver messo dentro quel ciao tutto e solo quello che io sento di essere, il collo e le pupille hanno terminato torsione e cambio di visuale e ora il mio sguardo è puntato, e lo giuro a me stesso con disperazione che tutto questo è contro la mia volontà, è puntato sul culo della bella ragazza che ancheggia grazie al passo danzante, quel culo che ho contro ogni mia volontà immaginato nel momento in cui ho pensato all’aderenza del vestito sul corpo della bella ragazza, vedo il filo della mutanda che si infila tra le natiche e segna le forme e vedo il suo culo che lentamente si allontana, lo vedo con una nitidezza spaventosa, e so che lei sa che io ora le sto guardando il culo e probabilmente sorride, forse, anzi ormai sarà arrivato un tempo della sua vita in cui non sorride nemmeno più.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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