Tre vite umane, quelle di Stefio, Cupertino e Agliana sono state salvate dalla follia della guerra. È una notizia che porta gioia e che dà un'ulteriore conferma a tutte quelle persone di pace per le quali il rispetto della vita umana è il valore fondante su cui poggia il senso stesso della convivenza civile. Quella convivenza che la logica della guerra, identica e speculare a quella del terrorismo, nega. Trasformare, come il governo sta facendo, la gioia per tre persone salvate in un'apologia della efficacia e della ineluttabilità dell'uso della forza è non solo macabro e cinico ruspetto alle tante altre vite cancellate dalla guerra, ma è anche profondamente falso. Non voglio entrare nel merito se i tre italiani siano o meno stati liberati con un blitz militare, anche se suona per lo meno curioso un blitz senza spargimento di sangue, né se invece sia stato pagato un riscatto, anche se è sospetto l'affanno di Frattini nel negare ci siano state trattative (non avevano forse richiesto il silenzio stampa per non comprometterle?). Voglio piuttosto sottolineare, come testimone dei fatti, che è grazie al lavoro di solidarietà che una organizzazione come Emergency ha svolto con rispetto per anni in Iraq se la diplomazia di pace di Gino Strada è riuscita a ottenere che i rapitori bloccassero l'esecuzione dei prigionieri, programmata e annunciata dopo l'omicidio di Quattrocchi. Su questo risultato poggiava l'ottimismo, riguardo la sorte dei tre connazionali, che Strada non ha smesso di esprimere nemmeno nei momenti più difficili della recente missione della delegazione di Emergency in Iraq. Non è stato facile né scontato raggiungerlo e far sì che fosse mantenuto quando, dagli attacchi militari ai luoghi sacri di Kerbala e Najiaf alle reiterate dichiarazioni di amicizia incondizionata a Bush di Berlusconi (fino al coinvolgimento diretto nel conflitto dei soldati italiani a Nassirya) tutto sembrava remare contro la richiesta di un atto umanitario. Negli stessi gruppi che avevano l'uno la gestione politica e l'altro quella diretta degli ostaggi si era evidentemente aperto un contrasto - quello che ha portato a dilazionare in modo indeterminato i tempi di una liberazione che nel primo momento sembrava invece già decisa - tra una linea più militarista che, una volta dovuto accettare il veto sulle esecuzioni, era più propensa a trasformare i prigionieri in denaro e il denaro in armi e una linea più politica convinta della validità di un gesto che rispondesse alla volontà di pace espressa da tanta parte del popolo italiano. Ci sono stati giorni nei quali lo stesso mediatore iracheno temeva per la propria sorte, di essere seguito o eliminato da chi aveva interesse a far saltare l'esile ma importante ponte di comunicazione che era stato pazientemente costruito. È stato proprio quel mediatore a suggerire alla delegazione di Emergency di cambiare luogo di residenza, un piccolo hotel di un'area semiperiferica di Baghdad per motivi di sicurezza e di incolumità.
Ora non si tratta di distribuire meriti e onori, ma di non consentire che tre vite salvate divengano un pretesto, uno strumento di propaganda, per chi vuole continuare a sacrificarne altre.
Gino Strada

Gino Strada

Gino Strada è chirurgo di guerra e uno dei fondatori di Emergency, l’associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo. È impegnato su tutti i fronti di guerra, dall’Afghanistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cambogia e al Sudan. Con Feltrinelli ha pubblicato anche Pappagalli verdi (1999), che ha vinto il premio internazionale “Viareggio Versilia 1999” e continua a riscuotere un grande successo, Buskashì. Viaggio dentro la guerra (2002) e ha scritto la prefazione a In tournée (2002) di Lella Costa.

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