Chi lo ha visto almeno una volta, non dimenticherà più la scena in cui Steve McQueen, in sella a una scalcagnata motocicletta, cerca di superare uno sbarramento di filo spinato con un salto degno di un acrobata di circo. Quarant'anni dopo il film, e sessanta dopo i fatti, si può dire la verità: non ci fu nessuna fuga in motocicletta. Ma tutto (o quasi) il resto, nella La grande fuga, è realmente accaduto, come sei dei sopravvissuti hanno potuto testimoniare ieri a Londra, in una cerimonia all'Imperial War Museum, nel sessantesimo anniversario di una delle più memorabili imprese della seconda guerra mondiale. L'evasione di 76 prigionieri di guerra dallo Stalag Luft III, un lager nazista, nella primavera del 1944, non ebbe un lieto fine: soltanto tre riuscirono a dileguarsi, gli altri furono catturati dopo pochi giorni e, su ordine personale di Hitler, cinquanta di loro vennero uccisi con un colpo di rivoltella alla nuca. "Eppure non c'è dubbio che fu davvero una grande, epica fuga", spiega lo storico Tim Carroll, che ha partecipato a uno speciale programma sull'avvenimento, trasmesso ieri sera dalla televisione britannica. "Grande perché progettata da uomini eccezionali, l'elite della Raf, che era all'epoca la migliore aviazione del mondo. Ed epica perché eseguita come un'operazione da manuale, con il coinvolgimento di almeno 600 prigionieri". Capelli candidi, cravatta Regimental e busto eretto, l'ultraottantenne Sidney Dowse, uno dei vecchietti irresistibili ritrovatisi a festeggiare l'anniversario, non si prende troppo sul serio. "Non pensavo certo che sessant'anni più tardi sarei stato ancora qui a parlarne, in conferenze stampa e trasmissioni tivù", dice stretto fra i commilitoni di un tempo. "L'esito della nostra avventura fu atroce, ma non ci aspettavamo che sarebbe stato facile. Preparare il piano ci dava qualcosa da fare, un motivo per sperare, per non arrendersi. E fuggire significava comunque riconquistare la libertà, almeno per un giorno o un'ora". In realtà Dowse e un suo compagno, Jimmy James, avrebbero potuto essere protagonisti della "Grande fuga, parte seconda": dopo dodici giorni di fuga, vennero ripresi dai nazisti in Belgio e spediti, anziché allo Stalag Luft III, in un altro campo in Polonia. Appresa la notizia che cinquanta dei loro colleghi erano stati barbaramente trucidati per rappresaglia, i due riuscirono a evadere anche dal campo polacco. Vennero ancora una volta ripresi, ma nel frattempo la guerra era finita e si salvarono. Poi ci ha pensato il film del '63 con Steve McQueen, James Coburn e Charles Bronson a renderli immortali. Anche senza la motocicletta. Intanto la Bbc si prepara a un'altra, ancora più grande celebrazione: il sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, in giugno. La tivù di stato britannica sta girando un documentario senza precedenti, in coproduzione con americani, francesi e tedeschi, che permetterà ai telespettatori di rivivere ogni momento del D-day. Curiosamente, rivela il ‟Times”, ciascun paese ne vedrà una versione diversa: in Germania, ad esempio, il documentario darà più spazio a Rommel; in Gran Bretagna darà più attenzione al ruolo delle forze inglesi che di quelle americane. La Storia non è uguale per tutti, neanche sessant'anni dopo.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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