In Gran Bretagna cresce l'euro-scetticismo, e Tony Blair sembra tenerne conto. Il giorno dopo la pubblicazione dei risultati elettorali, che in questo paese hanno visto un partito furiosamente antieuropeo, l'UKip (Regno Unito Indipendente), raddoppiare i voti, il primo ministro avverte: "Non firmeremo la Costituzione europea a qualunque prezzo" ai negoziati che riprendono giovedì a Bruxelles. "Accetteremo solamente un trattato che rispetti i nostri interessi nazionali e la nostra piena sovranità in materia di difesa, politica estera, tasse, diritto penale", informa tramite il suo portavoce, "pensiamo che un accordo sia ancora possibile, ma rimane del lavoro da fare". Naturalmente non è la prima volta che Downing Street dice cose del genere. Il fatto che le sottolinei di nuovo ora, all'indomani di un'elezione che ha pronunciato un secco "no" all'Europa, appare tuttavia significativo. "Il primo ministro riconosce che alcuni sono ancora scettici sui benefici dell'Unione Europea per il nostro Paese", conclude il portavoce di Blair, segnalando la volontà di farsi carico di simili dubbi con una puntigliosa difesa del punto di vista britannico nelle trattative, e con la minaccia di non firmare la costituzione, se le "red lines", le linee rosse, ovvero le condizioni poste da Londra, non venissero esaudite. Non è un pentimento, un'ammissione di avere sbagliato o una retromarcia, da parte del premier comunque più filo-europeo che la Gran Bretagna abbia mai avuto. Ma è comunque molto più di quanto Blair sia pronto a concedere sull'Iraq, l'altro elemento chiave della sconfitta del Labour nelle amministrative ed europee della settimana scorsa. Ai giornalisti che chiedevano se il premier intenda recitare almeno un parziale mea culpa circa la guerra, il suo portavoce ha risposto infatti senza mezzi termini: "No, non si scuserà, perché pensa che la guerra in Iraq fosse e sia ancora la decisione giusta. Malgrado le difficoltà sul terreno, oggi la situazione in Iraq è migliore di un anno fa, perché il popolo può determinare il proprio avvenire". Nessun tentennamento su questo punto, dunque. Se l'Iraq non preoccupa Blair, commenta la stampa britannica, in verità nemmeno l'ascesa degli indipendentisti anti-europei dovrebbe intimorirlo troppo. "Se l'Ukip non si rivelasse un fuoco di paglia e prendesse il 10 per cento o più dei consensi anche alle legislative dell'anno prossimo, la maggior parte di quei voti verrebbero sottratti ai conservatori, e il Labour avrebbe così la vittoria assicurata", osserva il ‟Times”, bastione dei Tory. È tuttavia una magra consolazione per il leader che voleva portare definitivamente il proprio paese in Europa. "Il vero, grande sconfitto di queste elezioni non è Blair", afferma il ‟Guardian”, bastione dei laburisti, "bensì è il ruolo della Gran Bretagna in Europa". Un'opinione largamente condivisa. La Costituzione, su cui pesa l'incognita del referendum indetto per ratificarla, è in pericolo. L'eventuale adozione dell'euro è scomparsa dal dibattito. Bagdad, nella visione di Tony Blair, sarà anche diventata più vicina; ma, vista dalla Londra odierna, come sembra lontana Bruxelles.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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