"La guerra in Iraq ha spaccato famiglie, ha diviso il partito laburista, ha rotto amicizie", dice il ministro degli Interni David Blunkett, "dunque non possiamo condannare l'elettorato per come ha votato, piuttosto dobbiamo riflettere". Nulla spiega la batosta subita dal Labour meglio delle sue parole. Altri esponenti del partito parlano di "brutto giorno", di "brutta botta", di "calcio nel sedere". Dalle fila dell'opposizione, Liam Fox, presidente del partito conservatore, preferisce invece il termine "risultato spettacolare": nella storia della Gran Bretagna non era mai accaduto, spiega, che il partito di governo fosse non soltanto sconfitto ma addirittura relegato in terza posizione in un'elezione a medio-termine. Giovedì, per la prima volta, è accaduto. I Tory hanno preso il 38 per cento dei voti. Il partito liberal-democratico, "eterno terzo" della politica britannica, è balzato al secondo posto con il 30 per cento. E i laburisti sono diventati il terzo partito nazionale, con il 26 per cento. è vero che queste percentuali, diffuse dalla Bbc, si riferiscono soltanto al voto nelle amministrative, in cui non era chiamato a votare tutto il paese bensì soltanto un terzo dell'elettorato. è vero che quando domenica sera saranno resi noti anche i risultati delle europee (ritardati in omaggio alla gran parte del resto d'Europa, che vota nel fine settimana), le percentuali saranno probabilmente modificate. è pure vero che questo voto non cambia automaticamente niente a livello nazionale: in fondo era solo un test dell'umore del Regno Unito, in attesa delle elezioni legislative britanniche previste nel giugno 2005. Ma che per il Labour sia stato un "brutto giorno" non lo nega nessuno, a cominciare dai suoi stessi dirigenti. "Non è stata una completa disfatta", dice il ministro Blunkett, uno dei fedelissimi di Blair, "ma ammetto di essere mortificato per come è andata". I laburisti hanno perso il potere in importanti città come Manchester, Leeds, Newcastle, loro "feudi" da trent'anni. Hanno conservato Londra, dove il sindaco uscente, Ken "il Rosso" Livingstone, è stato confermato in carica, ma battendo di stretta misura il candidato conservatore Steve Norris. Non perché Livingstone abbia governato male nei suoi primi quattro anni, dicono i commentatori, ma perché nel 2000 corse da indipendente dopo una rottura con Blair che gli procurò l'espulsione dal Labour, mentre qualche mese fa il primo ministro lo ha riammesso nel partito. La mossa non deve essere piaciuta ai tanti pacifisti che ammiravano il sindaco proprio per la sua opposizione alla guerra in Iraq. Come se ciò non bastasse, sarà aperta un'inchiesta per possibili brogli a favore del Labour in quattro regioni dell'Inghilterra in cui si é votato esclusivamente per posta: un'iniziativa contro l'astensionismo, che in effetti ha fatto aumentare nettamente l'affluenza alle urne, salita dal 25 al 40 per cento, ma ha suscitato polemiche e accuse di sporchi trucchi. Morale: i Tory cantano vittoria. "Siamo cresciuti ovunque, abbiamo ridisegnato la geografia politica del paese", si entusiasma Michael Howard, da sei mesi nuovo leader dei conservatori, dunque colui che sfiderà Blair per la poltrona di primo ministro nelle elezioni in programma fra un anno esatto. Ma Howard sfiderà davvero Blair o sfiderà qualcun altro? è questo l'interrogativo su cui hanno subito ripreso a martellare i talk-show politici. Un tempo si diceva, giustamente, che Tony Blair portava voti al Labour, anzi al New Labour, come lo ha ribattezzato per sottolineare la rottura con il radicalismo socialista del passato. Ora, alla luce delle elezioni di giovedì, gli strateghi laburisti cominciano a chiedersi se Blair non faccia perdere voti. Recenti sondaggi indicano che, a dispetto dell'Iraq, Blair vincerebbe comunque le elezioni del 2005; ma aggiungono che se al suo posto ci fosse Gordon Brown, il cancelliere dello Scacchiere (ossia ministro delle Finanze), suo vecchio rivale nel partito, il Labour coglierebbe una vittoria larga e sicura. Le voci di un cambio della guardia tra i due si susseguono da anni: diventeranno più insistenti se nei prossimi mesi la situazione in Iraq peggiorasse, anziché migliorare. La resa dei conti sarà a settembre, all'annuale congresso laburista. La rete televisiva Sky ha già fatto un sondaggio sul tema: il voto di giovedì è l'inizio della fine per Blair? Risposte: 81 per cento sì, 19 per cento no. Vari politologi scommettono che alla fine il premier riuscirà a riprendersi: le elezioni legislative sono lontane un anno, in un anno tante cose possono cambiare, annunciare la fine di Blair potrebbe rivelarsi prematuro. Ma se sull'Iraq i laburisti vogliono "riflettere", come si augura il ministro degli Interni Blunkett, la prima riflessione da fare sembra unanime: come in Spagna, anche in Gran Bretagna gli elettori hanno voluto punire il leader che li ha portati in guerra contro la loro volontà.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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