Ammonisce un vecchio detto inglese: "I bambini devono farsi vedere, non devono farsi sentire" (must be seen, not heard). Al tempo della regina Vittoria, quelli che si facevano sentire, osando aprir bocca, venivano severamente riportati al silenzio, alla disciplina, al rispetto dei superiori, spesso a suon di botte, impartite da genitori, precettori e insegnanti: picchiare gli infanti, in questo paese, era considerato un ingrediente di ogni buona educazione, al punto da essere codificato in una legge del 1860 che autorizzava espressamente il concetto di "punizione ragionevole". Un secolo e mezzo più tardi, le cose cambiano. La camera dei Lord ha approvato ieri un emendamento alla legge del 1860 che riduce drasticamente il diritto dei genitori alle punizioni corporali nei confronti dei figli, come è già avvenuto alcuni anni or sono in ambito scolastico. Il nuovo testo della legge permette ai genitori di punire i figli, a condizione di non infliggere loro "danni fisici o morali". Sberle no, schiaffetti e sculaccioni sì, a patto che non lascino lividi, non facciano arrossire la pelle, non siano una umiliazione o uno shock per il bambino. In origine la proposta prevedeva l'abolizione totale del "diritto alla sberla". È una svolta epocale, strilla la stampa, descrivendola come "la fine del ceffone". Naturalmente, non sono tutti contenti. Anzi, sono quasi tutti scontenti. Un sondaggio indica che il 61 per cento della popolazione vorrebbe conservare un completo "diritto alla sberla", il 22 per cento vorrebbe viceversa proibire qualsiasi tipo di botte, pesanti o moderate, e soltanto il 10 per cento approva l'emendamento proposto dal governo Blair alla camera dei Lord: la soluzione di compromesso che vieta le percosse, ma consente ancora ai genitori di alzare le mani, purché non facciano veramente male. La questione suscita intense passioni. I Lord hanno votato mentre all'esterno del parlamento di Westminster infuriavano opposte manifestazioni di dimostranti, a favore o contro il provvedimento. La riforma è il frutto di una campagna di pressioni condotta per anni da 350 associazioni per la difesa dell'infanzia all'insegna dello slogan "non picchiate i bambini". Tra i sostenitori dell'iniziativa c'era lo scrittore di origine pakistana Salman Rushdie, che vive da tempo a Londra: "Bisogna dare ai bambini gli stessi diritti che riconosciamo a ogni altro essere umano", afferma il romanziere. "Se picchiamo un uomo, costui può chiamare la polizia e sporgere denuncia. Se picchiamo un bambino, non succede niente". Ma è questo uno dei punti che scatena le obiezioni degli oppositori, secondo i quali, abolito o fortemente limitato il "diritto alla sberla", un bambino potrebbe denunciare i genitori perché lo hanno sgridato. Tony Blair, che ha quattro figli, ha cercato un equilibrio tra la necessità di proteggere l'infanzia dalla violenza familiare e quella di non criminalizzare i genitori mantenendo il loro diritto a esercitare disciplina. Curiosamente, l'associazione nazionale delle "nanny", le mitiche baby-sitter inglesi, sostiene che è un dibattito sorpassato dalla realtà: "Ormai anche qui sono i bambini a comandare e i genitori a obbedire, figuriamoci se si azzardano a picchiarli".
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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