Il petrolchimico di Porto Marghera era davvero un petrolkiller. Le Corporations della chimica, come nel film di Achbar e Abbot tratto dal libro inchiesta di Joel Bakan, hanno davvero perseguito senza scrupoli la "patologica ricerca del profitto" sulla pelle degli operai e dell'ambiente. Lo ha stabilito la Corte d'Appello di Venezia, con la sentenza emessa nell'aula bunker di Mestre per le morti da cvm e per i danni ambientali provocati lungo decenni a Marghera. Una sentenza che è di "parziale riforma" di quella che in primo grado, il 2 novembre del 2001, aveva mandato assolti tutti gli imputati, in pratica i vertici dell'industria chimica italiana della seconda metà del '900. Per quanto "parziale" la "riforma" odierna di quella sentenza appare in realtà un capovolgimento del suo senso ultimo, che consisteva nella rinuncia pedantemente e cocciutamente motivata a cercare, pur nei limiti dei codici ovviamente, la possibilità di rendere giustizia agli operai ammalati e morti, alle loro vedove e ai figli, a tutti coloro che si sono visti avvelenare e rendere ingrato l'ambiente di vita. Il reato è impossibile da accertare, si era detto in primo grado, poiché o non esisteva in quanto tale oppure non era stato commesso. No, replica la sentenza del 15 dicembre 2004, il reato c'è stato, qualcuno l'ha commesso e sappiamo anche chi. Purtroppo, aggiunge, in molti casi questo giudizio arriva tardi, è tempo ormai di prescrizione. Nel mentre, così, per questi reati più lontani condanna e assolve in un solo atto gli imputati, la sentenza odierna condanna altresì la lentezza e la miopia e l'ignavia della Giustizia che fornisce su un piatto d'argento, con la prescrizione, una via di fuga agli eccellentissimi imputati (e sempre più spesso capiterà, se la maggioranza riuscirà in Parlamento a far approvare l'ulteriore riduzione dei tempi di prescrizione nel quadro della manovra "salva Previti").
Qualche reato, tuttavia, non è rientrato nella prescrizione. In particolare, qualcuno ha continuato a morire fino a poco fa e qualcun altro, fino a poco fa, ha continuato a non occuparsene. Cinque imputati, così, sono stati ritenuti colpevoli di omicidio colposo. Il reato, comunque accertato in molti casi anche se non punito per prescrizione, almeno in uno è perciò stato sanzionato. Il pm Felice Casson, principale protagonista di questo storico processo (insieme all'ex operaio del petrolchimico Gabriele Bortolozzo che l'ha avviato con la propria denuncia, prima di morire alcuni anni fa) l'ha giudicata "una sentenza equilibrata". Tale certo è. La voce emozionata del presidente del collegio giudicante della Corte d'Appello mentre la leggeva rivelava tuttavia la consapevolezza dell'atto forte e d'ora in poi imprescindibile che questa sentenza costituisce, aprendo la via a ulteriori significative evoluzioni del diritto e della prassi processuale.
La lunga, drammatica vicenda sociale e umana del petrolchimico di Marghera trova così un primo riconoscimento in sede processuale (anche se non erano mancate finora condanne circoscritte a singoli casi). Resta del tutto aperto il destino ulteriore di questo polo industriale che è stato e per certi versi rimane uno dei principali poli chimici d'Italia. È in corso, in queste settimane, una raccolta di firme per indire un referendum volto a bandire per sempre da Marghera il cvm e il fosgene. A migliaia stanno firmando per dire basta a queste produzioni nocive e rischiose. Tra quello che succede in tribunale e quello che cambia nella realtà sociale, nella coscienza civile, sarà impossibile, anche per la politica e per l'economia, far finta che tutto possa continuare come sempre.

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