1. Michael Arthur Ledeen non ammetteva alcuna replica alle proprie affermazioni e difendeva con particolare foga la tesi dell’imminente crollo del regime islamico di Teheran: ‟L’Iran presto sarà sconvolto da una rivoluzione. I tempi sono maturi e la stragrande maggioranza degli iraniani intende farla finita con il regime dei mullah. Gli iraniani vogliono libertà, democrazia e amano l’America. Un recente sondaggio ha rivelato che il 70% degli iraniani sono favorevoli agli Usa".
La disfatta del più odiato degli Stati canaglia era evocata in uno studio televisivo della rete di Rupert Murdoch, la Sky, a cui Ledeen era collegato via satellite da Washington. Gli ospiti in studio chiedevano al loquace esponente del neoconservatorismo americano, con ottime referenze all’interno dell’amministrazione di George W. Bush, qualche verifica delle sue affermazioni: se per "rivoluzione" intendesse uno spontaneo sollevamento del popolo iraniano contro il potere degli ayatollah, oppure, se la sua fosse una nobile parafrasi per non dire che qualche stratega della Cia stava pianificando un nuovo colpo di Stato in Iran, simile a quello che nel lontano 1953 rovesciò il governo di Mohammad Mossadeq. Ma forse per Ledeen la "rivoluzione" era semplicemente una festosa accoglienza dei marines da parte dei milioni di iraniani al loro arrivo nella capitale dopo la "missione compiuta". Cioè, dopo aver bombardato i palazzi degli ayatollah, i loro impianti nucleari e dopo aver installato nei punti strategici i loro comandi. "Nessuna guerra contro l’Iran", aveva risposto con calma Ledeen, precisando: "Nel 1953 è stato il popolo iraniano a volere il ritorno dello scià e la cacciata di Mossadeq. Quella sì che è stata una rivoluzione!".
Prima di divulgare pubblicamente in uno studio televisivo le sue tesi sul futuro dell’Iran, Ledeen ne aveva discusso con diversi fuoriusciti iraniani che risiedono in America. Qualcuno sostiene che quelle tesi erano state sottoposte inoltre al giudi zio delle cancellerie alleate degli Stati Uniti qui in Europa. Di certo si sa che l’euforia per una via rivoluzionaria contro il regime degli ayatollah iraniani è assai diffusa tra una fetta consistente degli iraniani residenti negli Stati Uniti, in particolare tra i seguaci del giovane Ciro, l’erede del defunto Mohammad Reza Pahlavi. E si sa che si tratta di fuoriusciti che occupano posizioni non trascurabili negli ambienti economici, finanziari e politici americani e che possiedono siti Internet, stazioni radio televisive, giornali e riviste per raggiungere alcuni milioni di iraniani che vivono all’estero. Insomma, non dei nostalgici esuli, amanti della musica di Googoosh e di Veghin, le star della musica pop iraniana ai tempi dello scià, o fan della scrittrice Azar Nafisi, l’autrice del bestseller mondiale Leggere Lolita a Teheran: tra loro ci sono ex ufficiali dell’esercito, ex ministri, ex dirigenti dell’ancien régime e alcuni attivissimi trafficanti e faccendieri di dubbia fama. Un paio di questi ultimi, Manucher Ghorbanifar e Rob Sobhani, vengono spesso indicati dalla stampa come "amici" e "collaboratori" di Ledeen e promotori di "meeting di lavoro" tra fuoriusciti iraniani ed esponenti di punta dei neocon.
Ciò che poteva sembrare in un primo momento un’illusione, coltivata da Ledeen e dai suoi amici iraniani, ha trovato poi un mezzo riscontro nella lontana Ucraina, facendo esultare i sostenitori e i fautori dell’esportazione della democrazia: "Chi dice che il modello ucraino non è applicabile all’Iran?", ha scritto il ‟Los Angeles Times” pochi giorni dopo la rivolta arancione a Kiev. "Perché l’amministrazione Bush è rimasta sostanzialmente indifferente nei confronti della rivolta degli studenti iraniani negli scorsi anni, stanziando appena 55 mila dollari per la promozione della democrazia in Iran, mentre nel corso del 2003 ha riservato ben 1,9 milioni di dollari a sostegno di 23 piani per l’Ucraina?", si è chiesto il giornale più letto dai fuoriusciti iraniani sulle coste californiane. Il ‟Los Angeles Times” ha sentenziato alla fine: "Il presidente deve dire chi è il suo candidato alle prossime elezioni politiche in Iran e il resto verrà da sé".
Ed ecco il vero dilemma con cui i "rivoluzionari" devono fare i conti: chi potrebbe essere il Viktor Yushchenko iraniano? Inutile cercarlo tra gli oppositori del regime iraniano all’estero: la sciagurata esperienza irachena con la candidatura di Ahmad Chalabi come successore di Saddam Hussein avrà pure insegnato qualcosa a Ledeen.

2. Dunque, le attenzioni sono tutte rivolte verso le presidenziali che si terranno in Iran nella tarda primavera del 2005. Siamo nel secondo scenario su cui sta riflettendo l’America ansiosa di venire a capo del dilemma della Repubblica islamica. Giusto o sbagliato che sia stato l’atteggiamento dell’amministrazione Bush nei confronti dei riformisti iraniani, l’èra del presidente Mohammad Khatami sta per scadere e i riformisti rischiano di uscire dalla scena politica del paese con le ossa rotte. È convinzione diffusa in Iran che nessuno dei loro obiettivi politici sia stato raggiunto: in otto anni i riformisti iraniani hanno cambiato il paese, ma non il suo regime. Con l’èra di Khatami è nato il vasto movimento dei giovani e degli studenti, ma i loro leader sono in galera, oppure sono stati ridotti al silenzio, e le università iraniane sono controllate a vista dalle forze di sicurezza e dai picchiatori della destra islamica. È cresciuto il ruolo delle donne e sono apparse sulla scena politica, sociale e culturale del paese figure femminili di altissimo profilo come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, ma tuttora vengono impiccate nelle pubbliche piazze ragazzine di quindici, sedici anni per aver commesso "atti impuri". La stessa Ebadi rischia periodicamente la galera. Sono nati centinaia di giornali e riviste indipendenti, ma con la stessa velocità sono stati anche censurati e chiusi, incarcerati giornalisti e intellettuali riformisti – diversi sono finiti nell’elenco degli spariti nel nulla. Insomma, con Khatami si è potenziata la società civile, ma non quella politica e istituzionale e gli stessi khatamisti sono stati condannati al conformismo di regime.
I conservatori hanno svuotato progressivamente i progetti di riforma del presidente Khatami. Con pazienza, con astuzia, ma anche con ferocia, hanno cacciato in un angolo uno per uno i suoi uomini, isolandoli dalla maggioranza della loro base elettorale. Cioè dai giovani e dalle donne, manifestamente delusi dai riformatori "deboli e inoperosi". Mantenendo saldamente sotto il proprio controllo in questi anni le Forze armate, i servizi di sicurezza, la magistratura e gli organi di propaganda, la destra islamica è riuscita a strappare nelle ultime elezioni anche il Majlis (parlamento) dalle mani dei riformisti e si prepara a occupare presto anche l’esecutivo con la fine del secondo mandato presidenziale di Mohammad Khatami.
Due temi vitali e particolarmente scottanti hanno contribuito a rilanciare i conservatori all’interno e fuori dai confini del paese e a isolare Khatami: la politica iraniana nei confronti della guerra e della crisi politica in Iraq e l’ingarbugliata questione del nucleare iraniano. Avocando a sé qualsiasi decisione nei confronti dell’Iraq e del negoziato sul nucleare, i conservatori si sono posti come gli unici interlocutori delle cancellerie occidentali, con i quali hanno iniziato una complessa politica di "tira e molla", attirando su di sé l’attenzione dell’amministrazione americana e condizionando qualsiasi mossa strategica degli Stati Uniti nella regione.
Puntando sull’enorme difficoltà degli americani nella gestione del conflitto in Iraq, i conservatori hanno attivato tutte le proprie risorse per organizzare un doppio gioco nelle terre mesopotamiche. Si sono adoperati per accentuare il caos in Iraq e mantenervi un livello di instabilità politica e istituzionale utile alle proprie esigenze. Con una mano hanno contribuito alla formazione del governo ad interim, a preparare le elezioni e a riportare la comunità sciita irachena nei ranghi della legalità; con l’altra mano hanno fatto filtrare nei centri nevralgici iracheni i loro agenti e direttamente e indirettamente hanno sostenuto la "resistenza" antiamericana. E l’uno e l’altro, il contributo alla stabilità e quello al caos, hanno trovato fin qui valide ragioni per giustificare l’ambiguità strutturale della politica irachena degli ayatollah iraniani.
Il regime iraniano teme infatti che il perdurare del conflitto in Iraq e la sua probabile trasformazione in una guerra civile produca a lungo andare una serie di minacce alla propria sicurezza. Gli iraniani non si fidano dei nazionalisti sunniti iracheni, da sempre animati da sentimenti di ostilità nei confronti dell’Iran. Come non nutrono particolare fiducia neppure verso la comunità sciita irachena, nonostante i tradizionali rapporti con essa e l’ospitalità offerta per vent’anni alle famiglie sciite più influenti dell’Iraq. Resta nei loro confronti un antico sentimento di rivalità e di diffidenza, cresciuta con lo spostamento dei centri di potere sciita dalle città sante iraniane a quelle storiche dell’Iraq, come Naghaf e Karbala.
Un’altra grande preoccupazione iraniana per il futuro dell’Iraq deriva dalle probabili interferenze della comunità curda irachena nelle regioni occidentali della Repubblica islamica, abitata dalla minoranza curda e storicamente sensibile ai mutamenti politici oltre i suoi confini. Una prospettiva di caos permanente in Iraq vuol dire inoltre la presenza costante delle truppe e delle basi americane nella regione del Golfo Persico, valutato a Teheran come il peggiore dei mali.
Nello stesso tempo, però, l’America impegnata a domare l’incendio iracheno avrà meno possibilità e meno disponibilità materiali e logistiche per occuparsi del regime degli ayatollah iraniani, se non sarà addirittura costretta a venire a patti con Teheran per uscire dalle paludi irachene. L’Iraq a lungo in fiamme sarebbe inoltre un’ottima prova per zittire quella parte degli iraniani che vede gli Stati Uniti come possibili salvatori, donatori di libertà e di democrazia. Non vanno trascurati, infine, i fattori contingenti, a cominciare dai consistenti guadagni che la Repubblica islamica ha potuto realizzare nel settore petrolifero negli ultimi anni in seguito all’aumento del prezzo del greggio e alle difficoltà dell’Iraq di sfruttare a regime le proprie risorse petrolifere.
Con la stessa abilità del doppiogiochista i conservatori gestiscono la politica nucleare. Tutti, ma soprattutto gli americani e Israele, il paese che più di chiunque altro teme la bomba atomica iraniana, conoscono le ambizioni nucleari di Teheran e sono consapevoli che tale obiettivo precede l’avvento del khomeinismo. L’Iran si considera una potenza regionale e mai rinuncerà al nucleare. Per Teheran è infatti uno strumento essenziale per affermare il proprio rango strategico nei confronti di Israele, Pakistan e India, le potenze regionali che possiedono già la bomba atomica, o verso Arabia Saudita, Turchia ed Egitto, che coltivano la stessa ambizione. Il problema è come, quando, a quale prezzo e con quali vantaggi geopolitici la Repubblica islamica vorrà e potrà dotarsi della Bomba. I parziali compromessi raggiunti negli ultimi mesi con la diplomazia di Parigi, Londra e Berlino sul congelamento dei programmi di arricchimento dell’uranio sono principalmente serviti ad impedire la saldatura delle posizioni dell’Europa con quelle degli Stati Uniti e di Israele.
Nessuno può giurare sulle capacità effettive degli iraniani nella fabbricazione della bomba atomica. Spesso risultano inattendibili le informazioni che in proposito i servizi americani e israeliani raccolgono dagli ambienti dell’opposizione iraniana all’estero. Ma il vero obiettivo di Teheran sembra comunque quello di costringere anche Washington al compromesso sul nucleare, a far parte dei tavoli delle trattative che periodicamente i negoziatori iraniani aprono con gli europei. Tale intento è stato espresso più volte dalle autorità iraniane, a cominciare dal ministro degli Esteri Kamal Kharrazi e da Hassan Rohani, l’uomo di fiducia dell’ayatollah Ali Khamenei, da cui riceve tutte le direttive in materia nucleare. E molti nella Repubblica islamica sono convinti che prima o poi gli americani accetteranno di trattare, come hanno fatto a suo tempo con Mosca e con Pechino e sono costretti a fare oggi con la Corea del Nord.
Sui tempi e sulle modalità del nucleare tuttavia è sorta negli ultimi tempi una frattura in seno alla stessa ala conservatrice della Repubblica islamica, che ha approfondito il solco che da tempo si è creato tra i conservatori pragmatici e quelli più radicali. Tale scontro sta di fatto spostando l’asse della dialettica delle contrapposizioni all’interno del regime. Non contano tanto quelle tra riformisti e conservatori, quanto quelle tra i "puri e duri" e un nuovo "centro". Molti degli impegni presi da Rohani (quindi dalla guida della rivoluzione Ali Khamenei) con gli europei sul congelamento dei programmi di arricchimento dell’uranio sono platealmente contestate dai parlamentari conservatori, da alcuni vertici degli organi non eletti e da diversi alti ufficiali delle Forze armate in nome di un nazionalismo che rifiuta qualsiasi "baratto" sulla sicurezza.

3. Questa, in sintesi, è la Repubblica islamica che la seconda amministrazione Bush deve affrontare. A Washington serpeggia la tentazione di farla finita con la mullahcrazia di Teheran. Si perfezionano così i piani di attacco, affidati agli esperti del Pentagono, anche se, per il momento, restano piani di guerra virtuali e pesantemente condizionati dagli impegni militari in Iraq e altrove. Ma non per questo sono dei piani generici e carenti di valutazioni in dettaglio (vedi gli articoli di James Fallows su ‟The Atlantic Monthly” e Seymour Hersh sul ‟New Yorker”). Gli scenari da war game comprendono sia un attacco parziale, concentrato sui siti nucleari e i centri nevralgici delle Forze armate iraniane, che un’offensiva su vasta scala, simile a quella in Afganistan e in Iraq. Vengono considerate poi tutte le possibili reazioni dell’Iran, non ultima quella di un contrattacco sul territorio israeliano, magari con armi chimiche, dal momento che un’operazione militare americana contro l’Iran verosimilmente sarà coordinata con i militari israeliani, oltre a coinvolgere le basi americane nella regione del Golfo Persico e dell’Asia centrale. Certo l’Iran non è né l’Afghanistan né l’Iraq, data la consistenza delle sue Forze armate e la sua peculiarità geografica e territoriale (l’Iran è quattro volte più grande dell’Iraq e la sua popolazione è tre volte maggiore rispetto a quella irachena). Dunque, occorre un ben maggiore impegno militare per destabilizzare il paese e puntare alla sua capitale nel corso di rapidi attacchi, rigorosamente a sorpresa.
Si tratta però di war games, appunto. Dovrebbero servire come minaccia, come spada di Damocle sulla testa della leadership iraniana per condizionare e limitare il suo spazio di manovra. Pochi credono che gli Stati Uniti aprirebbero un nuovo fronte di guerra nella regione del Golfo Persico fintanto che è in corso la guerra in Iraq. Non ci sarebbero fondi e neppure forze ed equipaggiamenti sufficienti da impiegare in una nuova guerra, malgrado le straordinarie capacità della superpotenza americana.
Un’eventuale guerra americana contro la Repubblica islamica rischia poi di allargare il solco tra le due sponde dell’Atlantico, tra l’Europa e gli Stati Uniti, un divario non ancora colmato in seguito alla guerra angloamericana contro l’Iraq. Il regime iraniano gode tuttora di solide relazioni con la maggior parte delle cancellerie del Vecchio Mondo e sarà assai difficile convincere Parigi, Berlino e Madrid, ma anche Roma e Londra, a sostenere lo sbarco dei marines sul territorio iraniano.
Potrebbero inoltre risultare incalcolabili le reazioni di Russia e Cina, secondo diverse fonti i principali fornitori di materiale bellico per il riarmo iraniano: paesi che valutano di enorme interesse strategico i propri rapporti con Teheran in vista di un ridimensionamento del ruolo degli Stati Uniti nelle regione del Golfo, del Medio Oriente e dell’Asia centrale. Se la reazione russa alla guerra contro l’Iraq non ha superato l’irritazione mostrata dai francesi e dai tedeschi e quella dei cinesi è stata ancora di più basso profilo, nel caso di una guerra in Iran l’isolamento americano su scala mondiale sarebbe pressoché completo. Gli unici a caldeggiare tale guerra saranno Israele e forse implicitamente qualche paese arabo, da sempre interessato alla disfatta della Repubblica islamica.
Altri tre fattori meritano qualche attenzione nel caso di una guerra contro l’Iran: la reazione della pubblica opinione americana; l’antico e crescente sentimento nazionalistico che anima la stragrande maggioranza degli iraniani; e, non ultimo, il profitto che potrebbe trarre il terrorismo internazionale.
Quando il presidente Bush chiederà agli americani il loro appoggio per un nuovo impegno militare americano nel Golfo Persico nessuno potrà garantirgli lo stesso sostegno avuto nel caso della guerra contro il regime di Saddam Hussein: un sostegno che progressivamente scema con il perdurare della guerra e con i contraccolpi che l’inconsistenza delle ragioni addotte per giustificare quella guerra sta provocando nella pubblica opinione americana.
Il presidente americano non potrà contare neppure sull’entusiasmo degli iraniani nel caso di una guerra dentro il loro territorio, considerato da sempre sacro, a prescindere da chi lo governa. La più recente prova di un forte sentimento nazio nalistico degli iraniani si è avuta quando nel 1980 le truppe di Saddam Hussein hanno attaccato i confini meridionali e occidentali dell’Iran; centinaia di migliaia di iraniani hanno affrontato a mani nude il nemico per colmare i vuoti lasciati su parecchi fronti da un esercito disgregato a causa della rivoluzione.

4. Le immense difficoltà di una soluzione militare e l’estrema inconsistenza di una via "rivoluzionaria", compresa una sua simulazione attraverso la versione rinnovata di un colpo di Stato in Iran, aprirebbe alla seconda amministrazione Bush l’ipotesi della via diplomatica e di compromesso. Il vero rompicapo però è: con chi trattare a Teheran? Quale credibile, capace e soprattutto affidabile interlocutore potrebbe negoziare con gli Stati Uniti la normalizzazione delle relazioni bilaterali e garantire a Washington una coesistenza tollerabile, analoga a quella che gli americani mantengono con diverse capitali non propriamente alleate? Ma questo, paradossalmente, non sembra un quesito a cui dovrà cercare una risposta la Casa Bianca. Infatti ci sono molti segnali che indicano l’apertura di un dibattito in questo senso negli stessi palazzi del potere a Teheran.
Il tabù di un compromesso con l’America, assai diffuso in Iran quando era in vita l’ayatollah Khomeini, è ormai rimosso. L’Iran e gli Stati Uniti più di una volta si sono trovati intorno ad un tavolo negoziale: tavoli segreti, semisegreti e palesi. Si sono parlati in diverse occasioni alle Nazioni Unite, si sono incontrati a Berlino nel corso della Conferenza per il futuro dell’Afghanistan e ancora a Sharm elSheikh nell’incontro per l’organizzazione delle elezioni in Iraq. Ma per un lungo periodo americani e iraniani si sono visti tête a tête anche a Cipro e a Ginevra, discutendo della normalizzazione delle loro relazioni diplomatiche. Il precedente quindi esiste, anche se non ha prodotto fin qui alcun risultato tangibile e più di una volta è servito persino ad accentuare la reciproca ostilità.
Per tutta la durata della permanenza dei riformisti di Khatami al governo del paese, il dualismo del potere in Iran ha impedito la formazione di una linea chiara nella "politica americana" della Repubblica islamica. I conservatori rifiutavano ogni decisione in proposito avallata dai riformisti e non intendevano lasciare loro il "privilegio" di risolvere il più insidioso dei contenziosi ancora aperti nella politica estera iraniana, quello nei confronti degli Stati Uniti. L’antiamericanismo serviva come arma politica per isolare i riformisti e neutralizzare le loro iniziative.
Quello stesso tema torna invece in primo piano ora che i riformisti sono in ginocchio e i conservatori si preparano a gestire la politica estera. Con i suoi diversi viaggi nelle capitali europee, il conservatore Hassan Rohani, responsabile dei negoziati per il nucleare iraniano, si è già presentato ai leader dell’Ue come il più accreditato uomo politico iraniano sulla scena internazionale, offuscando la figura di Kamal Kharrazi, il titolare del dicastero degli Esteri. Ma per la soluzione dei rapporti con l’America è necessario un vero leader e tutti gli occhi sono puntati sull’hojatolislam Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, per due volte presidente della Repubblica e di nuovo in corsa alle elezioni presidenziali della prossima primavera.
Rafsanjani è notoriamente l’eminenza grigia del regime, l’uomo che è riuscito ad imporre il cessate-il-fuoco alla fine della guerra Iran-Iraq all’ayatollah Khomeini, il fautore della maggior parte delle strategie adottate dal regime iraniano nel corso degli ultimi vent’anni. La novità nella lunga vita politica di Rafsanjani sembra invece essere ora quella di trascinare l’ala conservatrice, fin qui controllata dall’ayatollah Ali Khamenei, su posizioni di centro, chiudendo lo spazio a sinistra e privando la nuova destra dell’appoggio incondizionato della Guida della rivoluzione, il massimo organo del regime.
Ciò che nell’ingarbugliata dialettica politica della Repubblica islamica sta maturando in vista delle presidenziali della primavera ruota essenzialmente intorno alle mosse tattiche di Rafsanjani, tese a indebolire le posizioni dei suoi rivali all’interno degli stessi ambienti conservatori, in modo da potersi presentare all’elettorato non come un riformista sognatore, non come un fanatico, odiato dalla maggioranza, ma come un pragmatico in grado di rispondere alle esigenze del paese in uno dei momenti più drammatici e in un contesto mondiale e regionale particolarmente critico.
Rafsanjani è stato uno dei pochi dirigenti iraniani che nel corso degli ultimi anni a più riprese ha parlato esplicitamente della possibilità di normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti. Ha più volte fatto capire che gli interessi nazionali devono essere considerati al di sopra di tutto, religione compresa. Insomma, niente, neppure l’islam, vieta di intrattenere relazioni con il "Grande Satana" se lo chiede l’interesse supremo, quello nazionale. Dunque, se Bush non trova il suo Yushchenko o il suo Karzai iraniano, potrebbe non essere indifferente nei confronti di un Deng Xiaoping persiano, uno che è disposto a ogni mutamento, compreso quello di venire a patti con "Satana", pur di mantenere lo status quo.
Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) dal 1960 vive a Roma, dove ha studiato architettura e scienze politiche. È stato per vent'anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all'opposizione iraniana al passato regime dello scià. Ha cominciato l'attività giornalistica nel 1980, dopo la Rivoluzione islamica, ed è esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha pubblicato saggi sul mondo iranico e le biografie di Mohammad Mossadegh e dell'Ayatollah Khomeini (Cei 1974); Documenti di un dirottamento, sul caso dell'Achille Lauro (Eri 1988).

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