Lavoratori di tutto il mondo, rilassatevi. Almeno per un giorno, niente stakanovismi: prolungate la sosta del lunch, andatevene dall’ufficio alle cinque in punto, godetevi il tempo libero. Perché, se non lo sapete, venerdì prossimo 25 febbraio è il "Work Your Proper Hours Day", il Giorno dell’Orario di Lavoro Appropriato, indetto dal Trade Union Congress (Tuc), la confederazione dei sindacati britannici, per protestare contro il sempre più diffuso fenomeno del "superlavoro": gli straordinari non retribuiti, che non figurano in busta paga ma ognuno si sente in dovere di fare. Tendenza che, arrivata dagli Stati Uniti, terra del sogno americano ma pure della competitività sfrenata, ha preso saldamente piede nel Regno Unito e ha cominciato a diffondersi anche nel resto del vecchio continente. Qui la chiamano "Generation X-hausted", Generazione Esausta, e le cifre citate dalla Tuc parlano chiaro: la Gran Bretagna è il paese d’Europa con il più alto numero di ore di lavoro straordinarie non retribuite, cinque milioni di persone rimangono in ufficio oltre l’orario senza ricevere compensazioni e non pochi portano il lavoro a casa, ventitrè miliardi di sterline (circa trenta miliardi di euro) sono il prodotto di questa gratuita mobilitazione di massa. Il sindacato ha scelto il 25 febbraio per proclamare la "giornata contro il superlavoro" perché soltanto dal 26 febbraio, secondo le sue statistiche, la gente comincia a lavorare (e a guadagnare) per sé: tutto il periodo precedente equivale al totale delle ore di straordinario non retribuito fatte nel corso dell’anno. Il fenomeno, naturalmente, riguarda soprattutto i "colletti bianchi". è il risultato di una "cultura della paura", sostengono gli esperti inglesi: paura di perdere il posto se non rendi sempre al massimo, paura di non fare carriera, paura di non reggere il confronto con colleghi più giovani e agguerriti (e magari più affamati). "Eppure lavorare troppo", ammonisce la Trade Union, "provoca stress, danneggia la salute, rovina i rapporti personali, rende più difficile occuparsi dei figli e fa male anche al business, perché quando si è stanchi si lavora male". Non che il sindacato voglia iniettare una dose di pigrizia negli stakanovisti in maniche di camicia del Regno. Nei suoi auspici, tuttavia, la "giornata contro il superlavoro" dovrebbe sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, per trovare "un giusto equilibrio tra il lavorare poco e il lavorare troppo". Sull’argomento, il quotidiano ‟Independent” ha interrogato un campione di suoi lettori. Da un lato c’è Victoria Green, avvocatessa, che rientrata a casa lavora per almeno due ore dopo cena, non consuma mai la sua quota di ferie e a trentatrè anni confessa: "Non avrò figli perché non avrei tempo di occuparmene". Dall’altro Nikki Rothery, che ha lasciato un posto da super - manager per un impiego part-time: "Guadagno meno, ma dormo meglio, non ho più disturbi fisici e mi sono perfino innamorata". Ma per il momento, conclude l’attrice comica Arabella Weir, sembra improbabile che la tendenza si arresti: "La maggior parte dei miei amici si considerano fortunati ad avere un lavoro, e sono disposti a qualsiasi sacrificio per non perderlo. Può darsi che venerdì prossimo, per festeggiare la Giornata contro il SuperLavoro, qualcuno vada fuori a pranzo invece di divorare un sandwich alla scrivania dell’ufficio, ma scommetto che dalla settimana prossima ricominceranno tutti a fare gli straordinari".
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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