Nonostante le crescenti pressioni di settori del partito laburista perché se ne vada al più presto, Tony Blair non ha alcuna intenzione di dimettersi con largo anticipo sulla fine del proprio terzo mandato. La data che il primo ministro ha in mente per ritirarsi è tra il luglio e il settembre 2008: fra più di tre anni, altro che fra sei mesi, un anno o due, come auspicano i suoi avversari nel Labour. Questo dicono i suoi fedelissimi, rispondendo a quanti hanno chiesto al premier di assumersi la responsabilità per il calo di consensi del Labour nelle elezioni della settimana scorsa e farsi da parte in favore dell’erede apparente, il ministro delle Finanze Gordon Brown. «Non mi dimetto», è il titolo con cui l’‟Observer”, domenicale filolaburista, riassume il pensiero di Blair. Dice al giornale una fonte di Downing street: «Lo scenario migliore sarebbe dare il via a una contesa per la nomina del nuovo leader nel luglio 2008, in modo da sceglierlo in tempo per il congresso annuale laburista del settembre dello stesso anno, e allora il premier potrebbe dimettersi». In tal modo, secondo l’indiscrezione, il suo successore avrebbe circa un anno per farsi conoscere quale premier di transizione, prima delle elezioni del 2009. «Tony ha ripetuto più volte che, se rieletto, avrebbe servito un terzo mandato completo, e penso che così farà», conferma Alistair Campbell, l’ex portavoce di Blair, tornato a lavorare per lui come consulente del Labour nella campagna elettorale. Quanto all’idea che Blair debba pagare per una vittoria meno larga del previsto, Campbell ribatte che non si può pretendere di ottenere sempre una «vittoria a valanga», come quella del 2001 che produsse una maggioranza di 161 seggi. Dello stesso avviso David Blunkett, l’ex ministro degli Interni, rientrato ora nel governo come ministro del Lavoro: «È assurdo comportarsi se avessimo perso le elezioni. Blair si dimetterà solo quando riterrà che è il momento più favorevole per farlo, in vista delle prossime elezioni». Un altro ministro laburista, Tessa Jowell, invita il partito a serrare i ranghi, per non imitare i conservatori, che sotto la premiership di John Major, tra il '92 e il '97, si fecero dilaniare dai dissidi interni per essere poi battuti alle elezioni (da Blair). Altre fonti di stampa indicano che il rimpasto governativo ha creato forti tensioni, che Blair e Brown hanno già rotto la tregua elettorale, e che il primo ministro faticherà a far approvare in parlamento le riforme più controverse, su antiterrorismo, immigrazione e privatizzazione dell’università. Il ‟Financial Times” calcola che la pattuglia dei «ribelli laburisti» conta su 36 deputati, cui aggiungerne altri 31 ostili a Blair: in tutto una settantina di voti, sufficienti a mettere il governo in minoranza.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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