È estate. Il tempo è vuoto, lento. La strada è Via dello Statuto. Io sono qui alla finestra, quasi tutto il giorno. Dovrei uscire, dovrei partire, dovrei andare al mare e abbronzarmi, dovrei fare molti propositi per il prossimo inverno, dovrei essere esausto per il caldo, dovrei partire anche soltanto per poi tornare alla finestra e provare la gioia di esserci tornato. Ma sto qui, piantato a guardare tutte le persone che passano, tutti i gesti, tutti quelli che percorrono questa strada per andare da una parte all´altra e non li ho mai visti; e tutti quelli che riconosco, che in questa strada ci vivono. Sono loro che seguo e controllo e cerco di indagare. Però mi concentro, attendo e mi agito soltanto quando accadono tre movimenti. Sto qui alla finestra per questo, credo.
Movimento numero uno, di mattina. Ci sono due vecchiette, potrebbero essere sorelle, che escono di casa ogni mattina per andare chissà dove. Non camminano mai insieme, ma una va avanti e l´altra la segue. Ora succede questo: escono da un portone appaiate, cominciano a camminare insieme e il loro passo è diverso; una delle due comincia ad avvantaggiarsi e acquista una distanza di dieci metri. Subito. Però poi, come per incanto e senza che nessuna delle due cambi il ritmo dei passi, quella distanza diventa costante. Rimangono così, fino in fondo alla strada, camminando in sintonia a dieci metri di distanza. Quando tornano, e appaiono da dietro l´angolo, vedo prima una e poi dopo qualche secondo l´altra, a una distanza di dieci metri. Una cosa che non segue nessuna legge matematica, fisica, logica. Se una è più veloce dell´altra, non c´è alcun dubbio che la distanza dovrebbe crescere costantemente. A meno che la prima non rallenti o la seconda non acceleri. Ma non succede. Loro camminano sempre con lo stesso passo eppure la distanza all´inizio cresce e poi rimane costante e così continuano.
Movimento numero due, di pomeriggio: Angela. Inciso: questo dovrebbe essere il movimento numero tre, il finale, perché il finale dovrebbe essere quello che mi sta più a cuore (in una classifica, il movimento numero uno). Ma proprio per questo lo ficco in mezzo, lo confondo con gli altri, e poi ci terrò a dire che sto elencando in ordine sparso. Per questo lo infilo nel pomeriggio – che non è una bugia perché capita spesso anche di pomeriggio, ma lei in fondo esce a tutte le ore e nonostante io stia qui tutto il giorno la vedo poco, molto meno di quanto dovrei. Anche questo è un fenomeno strano: la vedo uscire oppure rientrare, ma quando esce non la vedo rientrare e quando rientra non l´ho vista uscire. È molto bella, ha spalle larghe e una borsa enorme (sempre diversa, sempre enorme) in cui fruga di continuo quando esce e quando rientra. Io sono abbastanza convinto che in quella borsa ci sia tutto il resto di Angela, quello che non si vede. Si vede che è bella, che avanza sicura e che sa bene dove andare. Tutto il resto, tutto quello che immagino di lei, sta dentro quella borsa. Ma le borse cambiano, quasi ogni giorno. Sono sempre molto grandi, lei le porta con energia ma con un po´ di fatica. E ogni giorno, immagino, travasa da una borsa all´altra tutto il contenuto, e cioè, secondo me, tutto quello che c´è dentro di lei. E chissà se lo fa con accortezza o rovesciando brutalmente il contenuto. Angela mi conosce. Se ci incontrassimo, ci saluteremmo. Ma non ci incontriamo mai, perché io è molto tempo che devo dirle una cosa, e non ho il coraggio e così ogni volta penso: potrei chiamarla, potrei scendere di corsa e fermarla e dirgliela. Ma non ce la faccio. Le dovrei dire soltanto che io sono migliore di quel che sono. È che lei mi piace così tanto che l´unica volta che le ho parlato sono stato impacciato, arrogante, ficcante, viscido, stupido. Ero ansioso perché avevo la sensazione che non ci saremmo parlati mai più, nonostante abitasse di fronte. E questa sensazione non fa mai bene. Poi lei se n´è andata, mi ha anche sorriso quando mi ha salutato, ma alla fine avevo ragione io: non ci siamo parlati mai più. Soltanto che non so se non ci siamo parlati mai più perché io mi sono comportato come se non ci saremmo parlati mai più.
Movimento numero tre, la sera. Quando comincia a imbrunire, la strada è semivuota come accade nelle prime ore delle sere d´estate. Però in un punto di Via dello Statuto che è tra metà della strada e piazza Vittorio, all´improvviso la strada si riempie, si congestiona. Se si guardano i due punti di inizio di via dello Statuto, non c´è quasi nessuno. Ma qui, sì. Auto e scooter che sembrano materializzarsi direttamente in questa strada, accostano, si fermano. In pochissimo tempo, la strada è intasata da una grande quantità di ogni mezzo di trasporto. Le poche auto in transito non riescono più a passare, si sentono suoni di clacson e sgommate procurate dai nervi. Uomini giovani e meno giovani sono usciti dalle auto o sono saltati giù dagli scooter e adesso si schierano silenziosi in piedi e aspettano. Sono tantissimi. Sembra la sera di capodanno, o l´uscita dallo stadio. Ma solo per pochi minuti. Fino a quando, all´improvviso, dalle porte di un grande negozio all´ingrosso escono tutte insieme decine e decine di commesse, truccate e vestite in maniera sgargiante e si baciano tra di loro prima di lasciarsi, ognuna urla un saluto – poi saltano su scooter o si infilano dentro le auto. A quel punto tutte le auto, gli scooter e ogni altro mezzo di locomozione si mettono in moto all´unisono, e baci, abbracci, saluti, sportelli che sbattono raccontano contemporaneamente decine di storie d´amore, di corteggiamento, di tentativi e di quotidianità. Sono troppi e non posso esserne sicuro, ma ho l´impressione che a ogni commessa corrisponda un uomo e a ogni uomo un´auto (o uno scooter). Non sono sicuro, ma ho l´impressione che i mezzi di trasporto, gli uomini e le commesse siano in numero perfetto. Come sono apparse, tutte queste persone spariscono ed è il momento in cui, insieme alla incombente insegna del grande magazzino, si spegne anche la strada, si svuota, con la malinconia che rimane ai padroni di casa alla fine di una grande festa, quando restano seduti ancora cinque minuti sul divano prima di andare a dormire.
Adesso è tempo di uscire, ma le notti di Roma, d´estate, stanno da un´altra parte. A via dello Statuto non rimane più niente. Quando torno a casa, di notte tardi, e mi infilo nel letto, penso che dovrei partire domani. Sto rimandando, ma dovrei proprio andare via. In vacanza. Mi dico che lo desidero anche se non ne sono sicuro, ma in ogni caso mi ero detto così e quindi non capisco perché non parto.
Però, insomma, forse lo so. È che se parto, e succede qualcosa, io manco. Se la seconda vecchietta un giorno raggiunge la prima o non si fa staccare. Se Angela ha un sorriso una mattina che scende in strada, felice per qualche motivo che non mi riguarda, ed è disposta a sentirsi dire che ho esagerato, che sono stato stupido, che non conta niente quello che ho fatto e soprattutto che io sono migliore di come sono; e lei così, anche soltanto perché è di buonumore, apre la borsa e mi fa vedere cosa c´è dentro. Se poi una commessa una sera quando esce dal grande magazzino trova due auto pronte ad attenderla e deve scegliere e deve dare a uno dei due non tanto il dolore, ma la malinconia di tornare a casa mesto e solo; oppure se un´altra commessa esce e aspetta e tutte le auto e tutti gli scooter vanno e lei rimane ancora lì ferma, e aspetta ancora e dopo un po´ decide di incamminarsi lentamente senza sapere bene quale direzione prendere. E io manco.
Anzi, nella notte, quando i pensieri prendono corpo con più coraggio, penso che c´è di più: e se sono io con il mio desiderio di guardare e di tenere tutto insieme, tutta la strada – se sono io che con il mio desiderio che le cose accadano in modo morbido, le faccio accadere in questo modo morbido? Se poi manco, se tutti loro, le vecchiette, Angela, le ragazze di Mas e tutti i pretendenti, si accorgono di non sentire più uno sguardo sulle loro nuche e non si comportano più come ci comportiamo quasi sempre, cioè con la sensazione di essere guardati e per questo il nostro andamento è morbido, il nostro attaccamento al suolo è morbido – se manca all´improvviso la percezione netta del mio sguardo su di loro, potrei avere la responsabilità che tutto in questa strada cambi, si confonda, si perda. Precipiti. Allora rimango. Perché, se rimango, sono sicuro che non accadrà nulla di sbagliato. Se io li guardo, tutti, se li controllo, loro continueranno a essere così. Se rimango, prima o poi, oltretutto, il coraggio di dire ad Angela che io sono migliore di quel che sono, lo trovo. E anche se non lo farò, che importa. Tanto io, più o meno, cosa c´è dentro quella borsa così grande, più o meno, lo so.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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