Dice cose così: ‟Nel 2050 il cervello umano sarà immortale. Potremo scaricarlo su un computer, copiarlo su un dischetto, inserirlo su un robot, farlo vivere per sempre”. E così: ‟Tra mezzo secolo l´uomo avrà sconfitto il cancro, la fame, la povertà, l´inquinamento”. Ma dice anche cose così: ‟Non avrà però sconfitto la cattiveria e la crudeltà, per cui armi altamente sofisticate potranno scatenare tremende guerre non convenzionali, con decine di milioni di morti in pochi giorni”. Nel bene e nel male, avverte, prepariamoci a un´epoca di trasformazioni rivoluzionarie: ‟Nei prossimi vent´anni il mondo cambierà più di quanto sia cambiato negli ultimi duemila”.
Un indovino? Non proprio. Un "futurologo", piuttosto, termine che alla maggior parte di noi evoca una via di mezzo tra la fantascienza e i poteri paranormali. Niente di più errato: Ian Pearson è un ingegnere elettronico di 44 anni, plurilaureato in matematica superiore e fisica, capo di un ufficio di quattro persone nel quartier generale della British Telecom, gigante delle telecomunicazioni britannico, centosessantunesima maggiore azienda del pianeta per valore di mercato. Più che un ufficio, in realtà, il suo è un laboratorio, ma non pensate al gabinetto del dottor Jekill: non si vedono fumi, provette in ebollizione, strane tenaglie, è un ambiente asettico fatto di computer sottili, schermi al plasma, bacheche intasate di ritagli di giornale, enciclopedie aperte su un manuale di chimica aperto su un trattato di filosofia aperto su un codice penale. Sulla porta non c´è una targhetta con su scritto "Futurologia", ma il concetto è quello. ‟Il nostro lavoro è scrutare il futuro, immaginarlo, provare ad anticiparlo”, spiega Pearson. Per il bene della British Telecom, naturalmente. ‟Certo, ma pure per il bene dell´umanità”, precisa, ‟il nostro business è la comunicazione e la comunicazione si fa tra la gente, per la gente, con la gente. Non è una mera questione di soldi”. Quale che sia il beneficiario, a quanto pare ciascuna delle prime cinquecento imprese della terra si è munita di un dipartimento analogo; e se qualcuna non ce l´avesse è probabile che non resterà a lungo fra le prime cinquecento.
Il mio lavoro è scrutare il domani, immaginarlo e magari provare ad anticiparlo con una buona precisione. Nei prossimi vent´anni ci saranno più cambiamenti che negli ultimi duemila
Il cancro? Sconfitto. La fame e la povertà? Solo spiacevoli ricordi. L´inquinamento? Inesistente. È quello che ci aspetta secondo uno dei massimi esperti di scenari: Ian Pearson, che guida gli scienziati della British Telecom Un mondo da favola? Non proprio visto che le guerre non finiranno e che saranno combattute con armi superpotenti
Gli androidi diventeranno indistinguibili da uomini e donne. Saranno più robusti e veloci di noi. Proveranno emozioni e sensazioni. E faranno anche l´amore, meglio di come lo facciamo oggi
Ignoravo l´esistenza di un mestiere simile. È stato un recente trafiletto sull´”Observer” di Londra a rivelarmelo: ‟Nel 2050, l´immortalità sarà a portata di mano”, affermava l´articolo, attribuendo la previsione a Ian Pearson, "futurologo" della Bt. Una grande azienda, che non si occupa di favole e frottole, questo è certo: ma possibile che dia uno stipendio a qualcuno perché indovini il futuro? Così sono andato a cercare Pearson, per capirne di più, indossando prima dell´intervista una corazza di sano scetticismo. Immortalità della mente? Cervello scaricato in un computer? Non scherziamo. Sicuramente, ho cominciato a dirgli, le sue dichiarazioni sono paradossali, non roba da prendere alla lettera. Macché, lui diceva proprio sul serio. ‟È tecnicamente possibile, forse si potrà realizzare anche prima del 2050. Usando le nanotecnologie applicate ai neuroni, è verosimile che un giorno si possa trasferire il contenuto del cervello umano su un computer. La memoria, i meccanismi del pensiero, il rapporto tra pensiero e movimenti o azioni, tutto ciò potrà essere scaricato, replicato, costituendo di fatto una copia della nostra materia grigia. Non c´è, in ciò, nulla di fantascientifico”. E a che servirebbe? ‟A conservare la nostra testa, per esempio, preservandola in una sorta di immortalità anche dopo la morte del corpo. Già oggi c´è gente che pensa di farsi ibernare nella speranza che in futuro venga inventato un sistema per risvegliarsi, curare la causa del decesso, prolungare all´infinito la vita: ebbene, tra qualche decennio si potrà conservare in modo analogo il cervello, senza bisogno di chiuderlo in frigorifero”. Già, ma a che pro? Cosa farsene di un cervello immortale, dentro un computer, se non c´è attaccato un corpo per correre, carezzare, fare l´amore, insomma per godere tutti i frutti della vita? Pearson ha una risposta anche a questo: ‟Teoricamente sarà possibile copiare il cervello su un dischetto, inserirlo in un robot e fargli fare tutto quello che facciamo noi oggi, o quasi. Non bisogna pensare ai robot come ce li ha mostrati sinora il cinema, fatti di metallo, ridicolmente diversi dal modello umano. Già ora esiste la tecnica per fabbricare androidi con tessuti e sembianze simili ai nostri. Nel 2075 è probabile che saranno perfezionati al punto da renderli indistinguibili da un uomo o una donna in carne ed ossa, e in grado di replicarne tutte o quasi tutte le funzioni. Correranno, ma molto più veloci di noi. Fletteranno muscoli, molto più robusti dei nostri. E faranno l´amore, questione che, lo capisco, sta molto a cuore a voi italiani, anche meglio di come lo facciamo noi oggi”.
Il punto è: sapranno di farlo, l´amore? Se ne renderanno conto? Proveranno emozioni e sensazioni? Avranno coscienza di quello che sono? ‟Emozioni e sensazioni, sì”, continua imperterrito il dottor Pearson. ‟Se daremo loro un bacio, proveranno piacere, perché il loro cervello sarà programmato per registrare piacere per un bacio. Se daremo loro un pugno, proveranno dolore, e vale lo stesso discorso. Coscienza di sé, questo ancora non lo sappiamo. È presto per prevedere se, come e quanto avranno una consapevolezza, ma certo non lo si può nemmeno escludere. Viceversa, non avranno un´anima, come ripeto sempre ai gruppi religiosi. Ma avere l´anima, si sa, dipende dalla fede, non dalla scienza”. Taciamo entrambi un momento, colpiti dalla grandezza del problema. ‟Un fatto è certo”, riprende il futurologo. ‟La specie umana nella sua forma attuale non rappresenta la fine del nostro sviluppo, bensì soltanto una fase, forse primordiale. Possiamo aspettarci un futuro in cui l´intelletto umano sarà più lontano dal nostro intelletto odierno di quanto quest´ultimo sia oggi lontano dai suoi progenitori, i gorilla e gli scimpanzé”. E quanto è lontano questo futuro intelletto umano infinitamente superiore al nostro? Mille anni? Diecimila? Un milione di anni? ‟Noi limitiamo scenari e previsioni a cinquant´anni di distanza, al massimo possiamo provare a immaginare come sarà il mondo dell´anno 2100. Ma spingersi più avanti è rischioso, fuorviante. Non possiamo neanche lontanamente immaginare come sarà la terra nell´anno 3000. Allo stesso modo in cui, se nell´anno 1000 qualcuno avesse detto ai nostri antenati che in capo a mille anni l´uomo avrebbe usato automobili e aeroplani, computer e telefonini, essi non solo non ci avrebbero creduto ma non avrebbero neppure potuto comprendere il senso di parole del genere”.
A proposito di aeroplani, abbiamo volato un po´ troppo in alto: proviamo a ridiscendere sulla terra, quella del presente. ‟Bene, parliamo di videogiochi. La nuova Playstation 3, in vendita entro pochi mesi, avrà una potenza equivalente all´1 per cento del cervello umano. Ecco, una Playstation 5, che arriverà sul mercato diciamo tra un decennio o poco più, avrà una potenza pressochè pari a quella del cervello umano. Significa che intorno al 2015-2025, ogni casa avrà al suo interno un supercomputer: un cervello elettronico superintelligente simile a quello che oggi hanno soltanto le multinazionali o la Cia o le forze armate”. E allora? ‟Allora cambierà radicalmente il modo in cui funziona un´abitazione, perché il computer sarà una specie di regista integrato di tutte le attività e le necessità casalinghe. Ma cambierà anche il mercato del lavoro. Non avremo più bisogno di manovalanza intellettuale: medici, ingegneri, insegnanti, potranno essere sostituiti da computer che funzionano meglio e costano di meno. Acquisterà importanza, invece, la cosiddetta manovalanza della compassione: infermieri, assistenti sociali, psicologi, mestieri in cui il contatto umano, diretto, è decisivo”. Andiamo avanti con le professioni: che ne sarà, dico per dire, di giornali e giornalisti? ‟La trasmissione delle notizie sarà sempre più automatizzata, le fonti si moltiplicheranno, per sopravvivere i giornali dovranno trasformarsi in fonti non più di fatti bensì di analisi, opinioni, diventare uno strumento di riflessione e di influenza dell´opinione pubblica. Discorso analogo per gli avvocati, serviranno più come lobbisti e mediatori di interessi in conflitto che per risolvere piccole dispute in tribunale davanti a un giudice”. E non ci sarà più bisogno di inventori, suppongo: dopo avere inventato il computer superintelligente, alle invenzioni successive provvederà lui, giusto? ‟No, sbagliato, perché inventare fa parte della natura umana, e l´uomo continuerà a farlo. Ma quando avremo un supercomputer con la mente di Leonardo da Vinci e Mozart, fare meglio di lui non sarà semplice”.
È un futuro che fa girar la testa: ma sarà migliore del presente? Sarà un mondo più felice del nostro? ‟Dipende dall´uso che ne faremo. Come sempre, non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene utilizzata, a determinare il risultato. È prevedibile che tra mezzo secolo avremo acquisito gli strumenti per sconfiggere il cancro, la fame, la povertà, l´inquinamento, e per viaggiare rapidamente a distanze siderali nello spazio. Biotecnologie, clonazione, nanotecnologie, supercomputer, contengono la promessa di un mondo libero da molte delle odierne catene. Nasceremo e cresceremo più sani, più belli, più intelligenti, più longevi. Ma non necessariamente più felici, perché nessuna alta tecnologia potrà eliminare cattiveria e crudeltà. Ci saranno sempre uomini determinati a sfruttare tecniche sempre più sofisticate per dominare il prossimo. Le guerre del 2050 potranno distruggere decine di milioni di persone in pochi giorni, o in poche ore. Potrà essere un mondo migliore, dunque, oppure un mondo peggiore, in cui l´uomo contribuisce alla propria estinzione. Dipende da noi. Comunque è bene sapere quello che ci aspetta, per prepararci in tempo ad affrontarlo”. Non potrebbe, su un argomento così delicato, sbilanciarsi e regalarci il suo pronostico? La sua profezia privata? Diventeremo più saggi e più felici oppure ci autodistruggeremo? Ride, il futurologo. ‟È solo un´opinione personale. Soppesando la bilancia, penso che sarà un mondo leggermente migliore, ma con molti nuovi problemi, e perciò in definitiva non troppo diverso da quello attuale”. Non so i lettori, ma quasi quasi ci metterei la firma, a una previsione del genere. Un´ultima domanda, da parte di mio figlio, dieci anni, che ne avrà cinquantacinque nel 2050, anno della presunta immortalità del cervello: come si diventa futurologi? ‟Fondamentalmente, pensando al futuro”. Glielo dirò, al mio bambino. E mi sa che stasera ci farò anch´io un pensierino in più, al futuro, prima di addormentarmi.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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