Un´israeliana trasferitasi in Inghilterra per paura dei terroristi suicidi palestinesi. Un turco arrivato a Londra da pochi giorni per imparare l´inglese. Un americano che lasciò New York dopo l´attentato dell´11 settembre. Una studentessa marocchina, nata e cresciuta a cento metri dalla stazione della metropolitana in cui è scomparsa. Una scozzese sopravissuta alla tragedia dell´aereo della Pan-Am a Lockerbee. Un tunisino approdato due settimane fa a Londra per fare il cameriere. Una giovane sposa delle Mauritius che si preparava a festeggiare il primo anniversario di matrimonio. Un´italiana che si preparava a sposarsi, l´11 settembre prossimo, con il fidanzato pakistano. E poi un´analista di computer indiana, un broker francese, una donna delle pulizie rumena, un idraulico polacco, uno studente nigeriano, un´infermiera vietnamita, un agente immobiliare irlandese. E altri ancora, diversi come nazionalità, uniti da una sorte infausta, che li ha fatti diventare vittime dell´attentato di giovedì scorso.
Come nell´Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, ciascuno di loro può raccontare una storia individuale di sogni, progetti, preoccupazioni, con un finale tragico o sospeso in un vuoto di dolore, nel caso dei dispersi, le cui foto adornano l´ingresso delle stazioni della tube colpite dalle bombe. Ma a differenza dei versi del poeta, in cui le lapidi di coloro che ‟dormono sulla collina” narrano la micro-storia di una cittadina di provincia del Mid-West americano del 1915, questa - come nota il ‟Financial Times” - è una Spoon River ‟multirazziale, multietnica e multireligiosa”, nella quale si riflette la straordinaria diversità culturale della capitale britannica: una caratteristica che gli attentatori volevano certamente minare, diffondendo odio e divisione, osserva Trevor Philips, presidente della Commissione per l´eguaglianza razziale, ‟perché una città globale, in cui razze e fedi differenti vivono pacificamente insieme, è un affronto per la visione del mondo dei terroristi”.
Non ci sono ancora lapidi, nel cimitero della multietnica ‟collina” londinese, ma i volti delle vittime parlano di già, attraverso le testimonianze di familiari ed amici, incrociando destini bruscamente interrotti da un´esplosione, intorno alle 8 e 49 di giovedì 7 luglio 2005. La sera precedente, Anat Rosenberg, israeliana di 37 anni, era andata a vedere con il fidanzato inglese La dodicesima notte di Shakespeare nel teatro all´aperto di Regent´s Park, fermandosi a dormire nell´appartamento di lui nel vicino quartiere di Marylebone. Era emigrata dallo Stato ebraico perché non se la sentiva più di salire sugli autobus, abituale bersaglio dei kamikaze palestinesi.
Era impensierita all´idea di doverci tornare, a settembre, per festeggiare il compleanno del padre. Giovedì mattina ha dato al suo boy-friend un bacio sulla porta ed è corsa a prendere il metrò per recarsi al lavoro. Poco più tardi lo ha chiamato col telefonino: ‟Hanno chiuso la metropolitana, c´è stato un incidente”, gli ha detto, ignara che si trattava di una bomba.
‟Prova a prendere un bus”, le ha suggerito lui. Qualche minuto dopo, Anata ha richiamato: ‟Tutto a posto, sono sull´autobus, ho trovato perfino posto a sedere”. Mentre parlavano lui ha sentito un fragore, ed è caduta la linea. Non l´ha più ripresa.
Karolina Gluck, 29 anni, polacca, si era trasferita a Londra tre anni fa per diventare programmatrice di computer. Stava per andare in ferie: sabato sarebbe partita con il suo ragazzo, volevano girare l´Europa in autostop. Giovedì era in ritardo per il lavoro: con una corsa ha fatto in tempo a prendere il treno alla stazione di King´s Cross, ma al lavoro non c´è mai arrivata.
Anche Helen Jones, 28 anni, scozzese di Lockerbee, dove era scampata al disastro dell´aereo della Pan Am caduto per un attentato, era in ritardo: prima di salire sul treno della linea Piccadilly ha inviato un sms al fidanzato, ‟ce l´ho fatta, love, Helen”, ed è stato il suo ultimo messaggino. Mike Matsushita, 37 anni, americano di origine giapponese, faceva la guida turistica: se n´era andato da New York dopo l´11 settembre, Londra di pareva più sicura degli Usa. Il suo corpo è stato identificato ieri.
Gamze Gunoral, 24 anni, turco, era venuto a Londra due settimane fa per imparare l´inglese. Solimane Hibab, 24 anni, tunisino di Parigi, ci era venuto tre settimane fa per fare il cameriere. Mihaela Otto, 46 anni, rumena, ci era tornata da Los Angeles con un diploma da odontotecnico. E poi tutti gli altri, un francese, una marocchina, un´italiana, un´asiatica, un nigeriano, un irlandese, una vietnamita: c´erano oltre venti nazionalità diverse fra le centinaia di uomini e donne rimasti intrappolati sotto terra o sul bus. Non sappiamo se qualcuno dei missing, miracolosamente, sarà ritrovato. Sappiamo che i morti dormiranno sulla ‟collina”, nella città dove si parlano trecento lingue, dove convivono settanta razze, dove un terzo degli abitanti sono nati altrove, e che anche per questo i terroristi hanno voluto sfregiare.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>