Negli Stati Uniti, i corrispondenti italiani si svegliano presto: tra le sei e le sette, per seguire i primi notiziari televisivi del mattino e avere un quadro della giornata, in attesa della telefonata da Roma, dove a quell´ora si è appena conclusa la riunione di redazione. La mattina del 9 dicembre 1980 non ero ancora un corrispondente dagli Stati Uniti, soltanto un free-lance in cerca di impiego, ma accesi lo stesso il piccolo televisore in bianco e nero sistemato su una sedia nella mia stanzetta di "Hell´s Kitchen", la cucina dell´inferno, come si chiamava il quartiere di New York in cui vivevo. Il telegiornale della Cbs aprì con una notizia drammatica su John Lennon, questo lo compresi subito; ma a causa del mio inglese, all´epoca tutt´altro che fluente, non ero sicuro del resto. Lennon morto? Assassinato, la sera prima, davanti alla sua residenza newyorchese? Da un giovane killer che gli aveva sparato da pochi passi, come al cinema? Possibile?
Corsi in edicola a comprare i giornali, ma non tutti avevano fatto in tempo a riportare il fatto. Le notizie viaggiavano più lentamente di oggi: venticinque anni fa non esistevano la Cnn con le "news" 24 ore su 24, Internet, i telefonini. I particolari emersero in seguito, poco per volta. Lennon era morto alle 22 e 50 dell´8 dicembre, mentre rientrava a casa con Yoko Ono. L´omicida era Mark Chapman, giovane squilibrato, ossessionato dai Beatles. Il cantante era stato un suo mito, poi ne aveva fatto un mostro, simbolo di tutti i suoi sogni irrealizzati. L´8 dicembre era rimasto ad aspettarlo sotto casa, con la rivoltella in tasca, per ore. Verso le 16 e 30, quando lo vide apparire nell´androne, gli si parò davanti con la scusa di un autografo: John glielo firmò, poi chiese se poteva ‟fare qualcos´altro per lui”. Disarmato dalla sua gentilezza, Chapman non riuscì a profferire parola, tantomeno a estrarre la pistola. Ma restò lì. Quando poco prima delle undici di sera una limousine riportò indietro Lennon, l´assassino gli andò incontro e aprì il fuoco, senza esitazioni, sul marciapiede.
Andai anch´io sul luogo del delitto, quella mattina. Lennon abitava da anni al Dakota, lugubre palazzo di stile gotico, alla 72esima strada, affacciato a Central Park West. Un edificio anomalo, carico di guglie, torri, figure minacciose, con la reputazione di portare sfortuna: forse conseguenza di Rosemarie´s baby, il film dell´orrore che vi girò Roman Polanski, in cui John Cassavetes interpreta un demonio che vuole mettere incinta la pura Mia Farrow. Maledetto o meno, al Dakota vivevano un sacco di artisti: mesi prima c´ero stato a recapitare una richiesta d´intervista per l´attrice Lauren Bacall, che si prese la briga di rispondermi con un cortese rifiuto. Quando arrivai, una folla di turisti, curiosi, fans dei Beatles, premeva dietro le transenne della polizia. Non c´era niente da vedere, ma nessuno si muoveva, nonostante un vento gelido: sembrava una veglia funebre.
Per giorni, in effetti, New York si sentì a lutto. Il Village Voice, settimanale alternativo, a lungo bibbia della controcultura americana, uscì con un titolo provocatorio, ‟Perché non hanno assassinato Mick Jagger?”: l´articolista si chiedeva come mai gli assassini sparano sempre ai "buoni", ai dolci, invece che ai duri e ai cinici. Perché a Kennedy e non a Nixon, e così via. Invece di un funerale pubblico, Yoko Ono organizzò una commemorazione musicale, a Central Park, di fronte al Dakota. Ci andammo in decine di migliaia: giovani e meno giovani, padri che avevano vent´anni nel 1960 con i figli per mano o sulle spalle, capelloni ed ex-capelloni. Dagli altoparlanti sugli alberi senza foglie uscì tutto il repertorio dei Beatles. Poi, per ultima, Imagine. Quando si sentì la voce di John intonare ‟Imagine all the people”, un singhiozzo collettivo si alzò verso il cielo grigio.
Piangevamo tutti per Lennon? Sì, ma non solo. Sentivamo che stava finendo qualcosa, pur non sapendo bene cosa. Quattro mesi dopo, un altro psicopatico sparò al neo-eletto presidente Reagan, ferendolo. Ancora due mesi, e Alì Agca sparò al Papa. Pareva che sul mondo fosse calato il "tempo degli assassini", mentre in realtà il mondo stava voltando pagina. Dietro l´angolo c´erano i ruggenti anni Ottanta, l´"edonismo reaganiano", gli yuppies al posto degli hippies, il thatcherismo, il collasso del comunismo. Se il Secolo Breve finì nel 1989 con il crollo del muro di Berlino, di fatto con quegli spari su John Lennon, icona di ‟love and peace”, di ‟fate l´amore non la guerra”, finirono gli anni Sessanta, prolungatisi dal ‘68 sino al termine dei Settanta. Finiva un´era, come in Italia ci avevano preannunciato altri due insensati omicidi, quelli di Pasolini e Moro, e ne cominciava un´altra. Quel giorno a Central Park, sulle note di Imagine, eravamo diventati grandi. Avevamo perduto un po´ di illusioni. E ci sentivamo più soli.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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