La notizia d’apertura dei telegiornali e dei quotidiani britannici, nel giorno in cui Blair riceve ventiquattro capi di stato e di governo per il summit europeo, è un’altra: George Best, il più grande calciatore mai prodotto dal Regno Unito, il più grande del mondo e di tutti i tempi secondo Pelè, «sta lottando per la vita». Ricoverato dal 2 ottobre in un ospedale di Londra per un’infezione respiratoria che ha poi contagiato reni e intestini, mercoledì il 59enne ex-attaccante del Manchester United ha sofferto un’emorragia interna, ha perso conoscenza ed è stato collegato al polmone artificiale. «Condizioni critiche», dicono i bollettini sanitari. «Posso soltanto pregare», dice Alex Best, la sua seconda moglie, che ha divorziato due anni fa stanca di sbronze e violenze ma non ha smesso di volergli bene. Il figlio e il padre sono al suo capezzale. «Potrebbe non farcela», ammette il medico che nel 2002 gli trapiantò il fegato, divorato dalla cirrosi, «ma George è un combattente, potrebbe anche farcela. Le prossime 24 ore saranno decisive». In realtà per George Best, l’eterno ragazzo con la zazzera, l’ala dal dribbling micidiale, lo scavezzacollo insensibile alle regole, il momento "decisivo" dura da almeno quarant’anni: quello iniziato ieri al Cromwell Hospital di Londra è soltanto il suo ultimo tempo supplementare, l’ultima finta con cui un campione divino ma un uomo fragile cerca di ubriacare l’avversario, che questa volta è la morte. In fondo ha sempre vissuto così: ogni occasione, una scommessa. Quando il Manchester United (all’epoca allenato dal leggendario Matt Busby) lo vede nelle strade di Belfast, dove si allena con una pallina da tennis, lo chiama per un provino di due settimane: dopo due giorni George scappa, perché sente nostalgia di casa. Il Manchester lo ripesca, gli fa un contratto, lo fa esordire a 17 anni e in un baleno il football inglese scopre che è nata una stella: la prima celebrità, il primo idolo, il precursore di Beckham e di tutti gli odierni vip del pallone. Strapagato per la sua epoca, capelli lunghi, look da duro del cinema, George ha legioni di fan adoranti ai suoi piedi: e molti sono in minigonna. Segna in campo: una tripletta indimenticabile contro il Benfica in Coppa Europa nel 1966, due gol nei primi dieci minuti, porta al Manchester due scudetti, '65 e '67, e la Coppa dei Campioni nel '68, prima squadra inglese a conquistarla. E segna, a modo suo, fuori dal campo, dove gli piace correre, al pub, in macchina, a letto. Della notte della sua vittoria europea, ad appena ventun anni, non ricorda nulla: è ubriaco fradicio. Nel '66, prende una multa per eccesso di velocità, nel '67, investe e ferisce gravemente una donna, nel '68 becca sei mesi di sospensione della patente. Nel '71 perde il treno della sua squadra per Londra, dove li aspetta una gara con il Chelsea, per uscire con un’attrice. L’anno dopo manca un’altra partita per svignarsela con Miss Gran Bretagna. Poi ha una storia con Miss Mondo. Poi con altre sei Miss Mondo: capocannoniere anche in quello. Nel '72 dichiara che la sua carriera di calciatore è finita, per dedicarsi a tempo pieno ai suoi vizi. In seguito riprende a giocare qui e là, Canada, America, il Fulham, squadrette di provincia in Inghilterra, ma la carriera era effettivamente già finita. Un divorzio dalla prima moglie, quindi il secondo matrimonio, con Alex, hostess, incontrata su un aereo, ventisei anni più giovane di lui. E nel frattempo beve, beve, beve. La seconda consorte va in giro nei pub a scongiurare che non servano suo marito: inutile. Nel 2002, lo ricoverano con il fegato a pezzi: «Un altro drink e lei è morto», gli dice il dottore. Per salvarlo occorre un fegato nuovo: ma, fatto il trapianto, anche il nuovo fegato si riempie presto di alcol. Tradita, picchiata, insultata, Alex lo lascia. Nel suo letto passano altre donne, ma ci restano poco. «Beast», lo ribattezzano i tabloid, storpiando il suo nome, che in inglese significa «migliore», in «bestia». Ma la bestia non riesce a fermarsi. Come Maradona con la cocaina. «Ho speso un sacco di soldi in alcol, donne e motori», è una delle sue famose battute, «e il resto li ho sprecati»: come a dire che solo quelli spesi per alcol, donne e motori sono spesi bene. Adesso ha bisogno di un altro dribbling, di un’altra finta. Coraggio, George, il tempo sta per scadere, la tua partita è arrivata all’ultimo minuto, ma forse puoi ancora farcela.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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