È ‟l’inizio della fine?” Il titolone di prima pagina del ‟Times”, sopra una foto di Tony Blair visto da vicino, è il quesito su cui si interroga tutto il mondo politico britannico dopo la sconfitta sofferta dal primo ministro alla camera dei Comuni, dove mercoledì è stata nettamente respinta (322-291) la sua nuova legge anti-terrorismo, compresa la controversa clausola per portare i giorni di detenzione preventiva da quattordici a novanta. In questo paese non capita spesso che il governo venga battuto in parlamento: nei suoi otto anni e mezzo al potere, per Blair è la prima volta. Ancora più grave, dal suo punto di vista, è che quarantanove deputati laburisti gli abbiano votato contro.
Era già accaduto, il numero dei franchi tiratori sulla guerra in Iraq e sulla privatizzazione di università e ospedali fu anche più alto, arrivando a centotrentanove: ma allora il governo aveva una maggioranza larghissima, 167 seggi, mentre dopo le elezioni del maggio scorso, per l’erosione di voti provocata dalla guerra in Iraq, il margine si è ridotto di due terzi, scendendo a quota 66. Sicchè la cinquantina di laburisti ‟ribelli” che ha affossato le misure anti-terrorismo potrebbe bocciare pure le ambiziose riforme su scuola, sanità e pensioni che Downing street introdurrà nei prossimi mesi per continuare sulla strada delle privatizzazioni. ‟E se Blair perde altri due o tre voti in parlamento”, osserva Michael Bruter, politologo della London School of Economics, ‟la pressione dal suo stesso partito per costringerlo a dimettersi potrebbe risultare insostenibile”.
Poco più di un anno fa, dopo un ricorrente malessere cardiaco e molto prima delle elezioni del maggio 2005, Blair annunciò che, se rieletto una terza volta, non si sarebbe ricandidato una quarta, cedendo la poltrona di premier e di leader laburista verso la fine del terzo mandato. Non disse a chi l’avrebbe ceduta, ma l’opinione dominante, almeno finora, è che il suo erede sarà Gordon Brown, il ministro della Finanze, da sempre suo delfino e rivale interno. Lo scenario che secondo alcuni commentatori adesso si delinea è un cambio della guardia anticipato rispetto ai desideri di Blair. ‟Non se ne andrà prima di questo Natale”, predice Michael Howard, leader dell’opposizione conservatrice, che comunque ne ha subito chiesto le dimissioni, ‟ma dubito che sarà ancora primo ministro al Natale successivo”. Può darsi che sia prematuro darlo per spacciato, ma i titoli dei giornali non sono incoraggianti: ‟Il giorno più nero di Blair” (‟Telegraph”), ‟Il giorno in cui Blair ha perduto la sua autorità” (Independent), fino al sarcastico ‟Daily Mirror”, che fa dire a Blair in prima pagina, ‟Cherie (sua moglie, la first lady, ndr.), facciamo le valige”, ossia andiamocene da Downing street. Più seriamente, il veterano degli editorialisti britannici, Peter Riddell, taglia corto: ‟Inutile cercare scuse, questa è una svolta. è morto il vecchio Blair inaffondabile, è rimasto un primo ministro in balia del parlamento e del proprio partito”.
Può apparire paradossale che simili previsioni seguano di appena sei mesi la sua storica, terza vittoria consecutiva alle urne. Ed è probabile che Blair, accusando i Comuni di ‟irresponsabilità”, abbia ragione a sostenere che sulla necessità di più severe misure di sicurezza contro il terrorismo ‟il paese è con me”: i sondaggi indicano che il popolo, memore dei cinquanta morti dell’attentato di Londra del luglio scorso, era favorevole ai novanta giorni di fermo di polizia per i sospetti di terrorismo. Ma allora, come mai ha perso questa battaglia? L’impressione è che i deputati non si fidino più del leader che ha portato in guerra la Gran Bretagna in nome di una minaccia, le armi di distruzione di massa, molto strombazzata ma rivelatasi inesistente. La sconfitta di questa settimana in parlamento sarebbe in tal caso il (primo) prezzo pagato da Tony Blair per l’Iraq. Come che sia, conclude il ‟Times”, ‟l’incantesimo si è rotto”. E un altro grande paese europeo, dopo Germania e Francia, scivola verso l’instabilità. - la nuova legge L’estensione del fermo di polizia è passato da 14 a 28 giorni, con un emendamento rispetto alla richiesta del governo di estensione a 90 giorni. A nulla è valsa la garanzia che il provvedimento sarebbe scaduto se non confermato entro un anno dai Comuni, e sottoposto alla supervisione del ministro della Giustizia

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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