È una campanella come quella delle navi o dei chierici, piccola, in similoro, generalmente appesa a un angolo del bancone, tra cumuli di bicchieri e bottiglie.
Accompagnato dal grido ‟last order!”, con cui il barman sollecitava le ultime ordinazioni, il suo din-don ha scandito per quasi un secolo le serate degli inglesi: segnalava, dieci minuti prima delle 23, che non potevano più bere, che i pub stavano per chiudere e che era ora di rientrare a casa o comunque di accomodarsi in strada.
Dai più sperduti villaggi di campagna fino allo sfavillante centro della capitale, non c´era bisogno di chiedersi per chi suona la campana: essa dava la buonanotte a un intero popolo, che non avrebbe saputo socializzare senza un po´ di alcol in corpo. Ma la campana, da questa sera, non suonerà più.
Alla mezzanotte di ieri, infatti, in Inghilterra e Galles è entrata in vigore la legge che abolisce l´imposizione di chiusura dei pub alle 23 in punto, concedendo il diritto ai locali pubblici di restare aperti quanto vogliono.
È la fine di un´era e l´inizio di una bufera di polemiche. La vecchia legge che richiedeva la chiusura alle undici era un retaggio della prima guerra mondiale, quando il primo ministro Lloyd George si preoccupava che i lavoratori dell´industria militare non andassero a letto troppo tardi e troppo ubriachi, in modo da essere puntuali in fabbrica il mattino dopo.
Gli inglesi, tuttavia, l´hanno mantenuta dopo la fine del conflitto, abituandocisi con lo stesso attaccamento riservato ad altre più o meno eccentriche tradizioni locali.
Senonchè, con l´avvento al potere di Tony Blair e la trasformazione della ‟Old England” in ‟Cool Britannia”, ossia in un paese vibrante e alla moda, la vecchia norma è apparsa obsoleta. Gli inglesi tornavano dalle visite oltre la Manica chiedendosi perché i loro pub non potevano restare aperti più a lungo, come i bar di Parigi, Milano, Barcellona.
Il governo, fautore della liberalizzazione economica, si chiedeva perché cittadini maggiorenni non potevano decidere da soli a che ora andare a dormire, bensì dovevano farlo decidere allo Stato.
Ma la riforma suscita un dubbio: farà diminuire o aumentare l´alcolismo, vizio nazionale? Blair spera che, senza la mannaia della chiusura alle 23, la gente imparerà a bere con moderazione, mettendo fine all´indecente spettacolo di un esercito di giovani ubriachi che si riversano nelle strade alle undici in punto, vomitando, urinando, scatenando risse e schiamazzi.
Viceversa, gli esperti temono che l´apertura indiscriminata farà consumare più alcolici e - poiché la maggior parte dei pub chiuderà intorno all´una di notte - si limiterà a rinviare di un paio d´ore gli schiamazzi di strada.
‟Non è questione di orario ma di mentalità”, osserva Dick Hobbs, sociologo della London School of Economics, ‟non basterà prolungare l´apertura dei pub per farci comportare di colpo come italiani che centellinano bicchieri di vino in osteria”.
Dello stesso avviso, i tabloid annunciano che è scoccato il ‟D-day”: dove D sta per ‟drinking”. Nessuna campanella, d´ora in poi, ricorderà agli inglesi di smettere di bere.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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