Alla vigilia della ripresa del processo a Saddam Hussein, e a tre settimane dalle elezioni parlamentari che teoricamente dovrebbero completare la transizione dell´Iraq verso la democrazia, la legittimità del nuovo sistema viene pesantemente messa in dubbio da due autorevoli fonti. La prima è l´avvocato Ramsey Clark, ministro della Giustizia americano negli anni Sessanta, che entra a far parte del collegio di difesa dell´ex dittatore, affermando: ‟In un paese occupato dalle forze Usa e con giudici voluti da Washington, questo giudizio non può essere equo. Saddam Hussein si può processare soltanto all´estero, davanti a una corte internazionale, se vogliamo ristabilire la verità storica”. Il secondo j´accuse proviene da Iyad Allawi, il primo ministro ad interim dell´Iraq fino all´aprile scorso, secondo il quale la situazione dei diritti umani sotto l´attuale regime è ‟catastrofica”, non differente, ‟e a volte peggiore” da quella sotto la tirannia di Saddam Hussein. L´ex premier aggiunge che la situazione militare è ‟tutt´altro che normalizzata” e che potrebbe precipitare, se Stati Uniti e loro alleati europei ritirassero le truppe dopo le elezioni di dicembre. Due campanelli d´allarme che confermano le previsioni più pessimistiche sul futuro di Bagdad.
Sospeso un mese fa dopo la fase preliminare, il processo a Saddam dovrebbe fare luce sui crimini del passato regime, permettendo al Paese di voltare pagina con una sorta di "Norimberga irachena". Ma Ramsey Clark, procuratore generale americano ai tempi del presidente Johnson, oppositore della guerra del Vietnam e pacifista convinto, ha i suoi dubbi: ‟E´ un procedimento assurdo, è stato occupato un Paese e si sono spesi una montagna di soldi per ottenere un verdetto scontato in partenza. Bisogna trasferire il processo all´estero, affidato a una corte internazionale al di sopra di ogni pressione e sospetto”. Oltre a Clark, che fa parte anche della difesa dell´ex leader serbo Slobodan Milosevic davanti al tribunale internazionale dell´Aja, al già folto collegio di difesa di Saddam Hussein si è aggiunto pure l´ex ministro della Giustizia del Qatar, Najeeb al-Nauimi. La difesa intende chiedere subito un nuovo aggiornamento, quando le udienze riprenderanno questa mattina.
Quanto alla denuncia di Iyad Allawi, il primo premier iracheno del dopo-Saddam l´ha pronunciata in un´intervista all´Observer di Londra, sostenendo che tra carceri segrete, pestaggi, torture, squadroni della morte, i diritti umani nell´Iraq di oggi non sono migliorati rispetto alla dittatura, anzi potrebbero essere peggiorati. ‟C´è gente che si comporta come ai tempi di Saddam e peggio”, afferma Allawi, con riferimento al bunker scoperto nei sotterranei del ministero dell´Interno a Bagdad dove sono stati trovati 170 detenuti denutriti e con segni di tortura. ‟La gente si ricorda bene di Saddam, le violazioni dei diritti umani erano tra le ragioni per cui lo abbiamo combattuto e ora ci ritroviamo allo stesso punto”, accusa. ‟Sciocchezze”, secondo l´attuale presidente Jalal Talabani, che ha detto alla Bbc: ‟L´Iraq di Saddam era un campo di concentramento e una serie di fosse comuni, come possiamo paragonarlo alla situazione attuale?”. Allawi, sciita gradito anche ad alcuni ambienti sunniti, è candidato alla premiership al voto di dicembre: un sondaggio lo dà in terza posizione, dietro il premier in carica Jaafari e Mithal al-Alusi, un sunnita laico.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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