Questo ultimo attacco di Mauhmaud Ahmadinejad contro Israele tralascia i preliminari ed esibisce senza equivoci il cuore del suo pensiero: ‟L´Olocausto è una leggenda”. Da ottobre questa è la terza volta che il presidente iraniano torna sull´argomento, come chi cerca di completare una linea strategica e raggiungere progressivamente il suo obiettivo finale, quello di colmare un vuoto politico-ideologico di cui a suo giudizio da tempo soffre il mondo islamico. Infatti, a chi lo accusa di pronunciare parole gravi ed esporre l´Iran ai pericoli di una nuova guerra, gli uomini di Ahmadinejad rispondono che il presidente non intende accattivarsi i governi, i media o le élite culturali (‟tutti egemonizzati da lobby sioniste”), ma le masse musulmane nei sobborghi, nei quartieri bassi, nelle periferie e nelle moschee delle città islamiche.
Ahmadinejad, dunque, come il Mahdi, il dodicesimo Imam sciita nascosto, il messia il cui arrivo segnerà il trionfo dell´Islam e la fine di Kofr, la negazione di Allah.
L´accostamento al messia sciita è stato ventilato dallo stesso presidente iraniano al suo ritorno da New York, dove a settembre ha partecipato all´Assemblea generale delle Nazioni Unite: ‟Alla fine del mio intervento i miei collaboratori mi hanno riferito che un alone di luce copriva il mio capo quando sono sceso dal podio dell´Onu”, ha detto nel corso di una conversazione con l´ayatollah Javadi Amoli, suscitando l´indignazione del clero sciita iraniano.
L´uso indebito della leggenda religiosa tuttavia è soltanto un aspetto marginale di una linea politica che ha invece legami complessi con la crisi in corso nel Golfo e nella regione mediorientale. Il distacco di Ariel Sharon dal Likud e le prospettive di un nuovo processo di pace israelo-palestinese viene visto dalla nuova leadership iraniana come una trappola mortale per la causa palestinese e di conseguenza per i musulmani. Gli ambienti vicini al presidente, i Pasdaran iraniani, temono il probabile mutamento del movimento islamico palestinese, Hamas in particolare, in un movimento prevalentemente politico e radicato nei procedimenti elettorali.
Sarebbe fonte di altri timori per Ahmadinejad la normalizzazione della crisi irachena in seguito alle nuove elezioni e all´eventuale recupero della comunità sunnita irachena nel processo costituzionale, mentre gli sciiti iracheni marcano con sempre più chiarezza la propria distanza dal khomeinismo e dal modello iraniano.
Ahmadinejad sarebbe inoltre convinto della serietà delle minacce israeliane contro le centrali nucleari dell´Iran, e l´eco delle indiscrezioni in proposito viene enfatizzata con particolare cura a Teheran. Lo scorso 11 dicembre il londinese Sunday Times scriveva di un piano militare israeliano contro l´Iran da realizzare entro il mese di marzo, cioè prima delle elezioni politiche in Israele e prima che l´Iran sia definitivamente in grado di produrre la sua bomba atomica.
All´Iran di Ahmadinejad non resta quindi altro che superare il proprio irreversibile isolamento mobilitando le presunte o ipotetiche ‟masse islamiche”, che ‟odiano Israele e odiano America”, riarmarsi, magari anche con bombe nucleari, e attendere l´arrivo dei ‟barbari”, evocando un nuovo ‟deserto dei tartari”.
Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) dal 1960 vive a Roma, dove ha studiato architettura e scienze politiche. È stato per vent'anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all'opposizione iraniana al passato regime dello scià. Ha cominciato l'attività giornalistica nel 1980, dopo la Rivoluzione islamica, ed è esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha pubblicato saggi sul mondo iranico e le biografie di Mohammad Mossadegh e dell'Ayatollah Khomeini (Cei 1974); Documenti di un dirottamento, sul caso dell'Achille Lauro (Eri 1988).

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