‟Devo informare il nostro caro popolo che stiamo facendo di tutto per mantenere i diritti certi, legali e naturali della nazione iraniana”. Manuchehr Mottaki, il ministro degli Esteri iraniano, è un diplomatico consumato e al contrario del suo presidente Mahmud Ahmadinejad usa un linguaggio quasi sobrio, a tratti persino affettuoso per dire che ‟la nostra decisione di dotarci della tecnologia nucleare per scopi pacifici, con l’aiuto di Allah, è irreversibile”. Mottaki, che parlava ieri con l’agenzia degli studenti Isna, si è rivolto al ‟caro popolo” iraniano, ma sapeva che i suoi veri interlocutori si trovavano a Berlino, dove i capi della diplomazia di Francia, Gran Bretagna, Germania, insieme a Javier Solana, il responsabile della politica estera dell’Ue, discutevano sul dossier nucleare iraniano. Il suo messaggio agli occidentali è quello su cui Teheran insiste da alcuni giorni: ‟la sfida è aperta” e nessuno, tanto meno europei, americani e israeliani, possono fermare la corsa al nucleare ormai avviata nelle centrali iraniane. Anche se ‟il lavoro per realizzare la tecnologia nucleare può essere lento”, come ha ammesso lo stesso Mottaki. Poi, garbato, ma fermo, il ministro degli Esteri iraniano ha voluto replicare anche al suo vecchio amico, Mohammed El Baradei, il direttore dell’Aiea, che l’altro giorno si era lamentato con gli iraniani e li aveva avvertiti che stava per ‟perdere la pazienza”: ‟Anch’io sono sottoposto a notevoli pressioni”, ha detto il ministro iraniano, convinto che El Baradei avrebbe capito come stanno le cose in queste ore nei palazzi del potere a Teheran. Giorni, dunque, assai duri per gli iraniani. Ieri una tempesta di neve ha investito l’intero Paese, costringendo gli scolari di molte città a disertare la scuola e molti uffici pubblici a chiudere. Qualcuno ha detto che il freddo, la neve e le alluvioni che stanno tormentando l’Iran in questi giorni, svuotando le città e i villaggi, potrebbero essere una prova generale per quando la guerra svuoterà i centri abitati, come negli anni Ottanta, durante i terribili giorni vissuti dagli iraniani sotto le bombe di Saddam Hussein e il terrore degli aerei del nemico che paralizzava le città. C’è infatti una attesa cupa di una prossima guerra, di cui i media, i siti iraniani si occupano costantemente riportando innanzitutto le indiscrezioni circa un possibile attacco congiunto Usa-Israele, che dovrà colpire l’Iran a primavera, in coincidenza con Noruz, il capodanno persiano. Diversi testimoni raccontano anche della comparsa di manifesti giganti a Teheran e sui muri delle grandi città con i vecchi slogan khomeinisti che invitano la gente a mobilitarsi e a affrontare con coraggio l’attacco del nemico. I giornali iraniani della sera riportavano ieri con particolare rilievo le ultime dichiarazioni del capo dell’esercito, il generale Ataollah Salemi, dal ritorno dal sud del Paese, dove aveva assistito alle manovre militari in difesa dei confini meridionali e sud occidentali del paese diveva: ‟Siamo in grado di rispondere a qualsiasi aggressione”, ha detto il generale e le stesse parole vengono ripetute ossessivamente dalla radio e dalla televisione. I fronti caldi sembrano però quelli nord occidentali, a ridosso della Tuchia, nella regione dell’Azarbaijan iraniano: è da qui che gli americani attaccheranno l’Iran, scriveva l’altro giorno il sito iraniano "Peik net", sostenendo che il piano segreto di guerra americana ha anche un nome, "Conplan 8022". Vere o false che siano le indiscrezioni sulla guerra, la cosa certa è che l’Iran comincia a convivere con l’idea di una nuova guerra. La televisione araba al-Jaziira dice che ormai tutti, compreso gli iraniani, sanno che è giunta la loro ora, nel senso che il prossimo fronte della guerra è quella iraniano. E la gente, ma anche gli istituti bancari legati al governo cominciano a ritirare i loro capitali dalle banche occidentali nella paura che vengano congelati in seguito alle sanzioni, oppure in concomitanza di un conflitto armato, scrive ancora "Peik net". A tutti risponde Ahmadinejad, scavalcando persino il vertice del clero sciita: ‟Siamo alla vigilia di un grande avvenimento, quando la nostra rivoluzione porterà sulla retta via l’intera umanità”, ha detto ieri in attesa del suo prossimo viaggio in Siria, dove dovrà firmare con Bashar Assad un patto militare e di mutuo soccorso in caso di un attacco. Ed è difficile valutare se le parole di Ahmadinejad siano la sintesi di un delirio di onnipotenza, oppure semplicemente necessarie a mobilitare la gente e tenere alta la tensione.
Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) dal 1960 vive a Roma, dove ha studiato architettura e scienze politiche. È stato per vent'anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all'opposizione iraniana al passato regime dello scià. Ha cominciato l'attività giornalistica nel 1980, dopo la Rivoluzione islamica, ed è esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha pubblicato saggi sul mondo iranico e le biografie di Mohammad Mossadegh e dell'Ayatollah Khomeini (Cei 1974); Documenti di un dirottamento, sul caso dell'Achille Lauro (Eri 1988).

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