Io avrei visto bene al Quirinale Claudio Magris, oppure il monaco Enzo Bianchi, o per restare nel novero dei nomi fin qui uditi, la signora Bonino. Ma è da quando sono nato che confondo la politica con le mie debolezze, e dunque soprassiedo volentieri. Mi resta, però, il piccolo dubbio (un dubbio ormai di lungo corso) che il centrosinistra non possieda, tra le sue virtù, il brio.
Uomini come Napolitano sono simbolo della rettitudine repubblicana, ma prima o poi dovremmo porci il problema di come galvanizzare almeno un poco un paese depresso e anzianotto. Lo scontro politico si è come avviticchiato, da anni, attorno a un dilemma veramente increscioso: o si sta con una destra eccitata e ribalda, o con una sinistra azzimata e formalista. Con i primi non ci si annoia ma si muore di spavento e spesso di disgusto, con i secondi ci si sente più tranquilli, ma appisolati. L’antica idea che progressista volesse dire dinamico, speranzoso, innovatore, si è persa nello strazio di una perenne emergenza, con i barbari alle porte siamo diventati tutti senatori con la barba bianca, stretti gli uni agli altri per difendere Roma. Il rispetto per le istituzioni si somma alla buona educazione appresa in gioventù nelle sezioni di partito, dove ci insegnavano che la Costituzione è sacra e che gli operai vanno rispettati come i dottori. Siamo dunque condannati a essere gentili e noiosi, non essendo ancora riusciti a coniugare la gentilezza con l’allegria.

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